BIOETICA
Scienza ed etica insieme: ecco il messaggio del Nobel alla ricerca sulle staminali adulte
Il premio Nobel 2012 per la fisiologia e la medicina è stato assegnato al britannico John B. Gurdon e al giapponese Shinja Yamanaka per la scoperta delle cosiddette Ips (staminali pluripotenti indotte), le cellule staminali adulte che, una volta riprogrammate, diventano pluripotenti, cioè capaci di svilupparsi in tutti i tessuti del corpo. Sulla portata del prestigioso riconoscimento, Maria Michela Nicolais, per il Sir, ha rivolto alcune domande a Salvino Leone, docente di bioetica e presidente dell’Istituto "Privitera" di Palermo.
Qual è il significato scientifico ed etico della scoperta che è stata premiata con il Nobel?
"Le cellule staminali, almeno stando ai commenti che hanno accompagnato la notizia dell’assegnazione del Nobel, sono state premiate in questo caso non tanto per la ricerca applicata, quanto per la ricerca di laboratorio – e dunque teorica – grazie alla quale si è riusciti a riprogrammare le cellule staminali adulte, a fare in modo cioè che tali cellule si orientino in un senso o in un altro, creando vari tipi di tessuti, come quello osseo o muscolare. Da questo punto di vista, la scoperta dei due scienziati premiati è effettivamente notevole e meritevole del Nobel, perché rappresenta la testimonianza del fatto che abbiamo dentro di noi un enorme potenziale terapeutico nei confronti delle malattie. Dal punto di vista etico, l’utilizzo di cellule staminali adulte consente di non sacrificare embrioni, come avviene invece nel caso delle cellule staminali embrionali. Prelevare cellule dal cordone ombelicale, o dal tessuto adiposo, significa fare ricorso a cellule staminali adulte, che non creano alcun tipo di problema".
La possibilità di portare indietro le lancette del tempo delle cellule staminali adulte apre, quindi, la strada alla medicina rigenerativa…
"Grazie all’utilizzo delle Ips, in futuro si potranno curare tutte le patologie di carattere degenerativo, ma anche di tipo dismetabolico, come il diabete; i problemi cardiaci, come l’infarto del miocardio; le malattie neurodegenerative, come il Parkinson, l’Alzheimer, la Sla… Bisogna, però, stare molto attenti: si tratta di una prospettiva decisamente interessante, ma a lungo termine".
Come fare per non creare false aspettative nei pazienti?
"Innanzitutto ci vuole chiarezza informativa: bisogna evitare gli scoop giornalistici, ad esempio creando titoli a affetto come: ‘Sconfitto il Parkinson…’. È essenziale far capire all’opinione pubblica, fatta di non addetti ai lavori, che il Nobel per la medicina di quest’anno è certamente un segnale promettente, ma che va seguito e adeguatamente accompagnato da una pratica medica e scientifica eticamente, oltre che professionalmente, corretta".
Le ricerche di Yamanaka e Gurdon mettono la parola "fine" alle accese polemiche che si sono scatenate in passato sull’utilizzo delle cellule staminali embrionali?
"Credo che ormai sia ampiamente dimostrato, nella ricerca scientifica, che sul piano applicativo le cellule embrionali non funzionano. Siccome, infatti, sono totipotenti, hanno un nucleo indifferenziato che possiede un enorme potenziale di proliferazione, e in gran parte si trasformano in tumori: cosa, questa, che non succede alle cellule staminali adulte. La comunità scientifica, oggi, si sta sempre più orientando verso la ricerca nel campo delle cellule staminali adulte, se non altro perché funzionano poco e danno molti rischi. Anche a prescindere dalle – decisive – questioni etiche, le cellule staminali embrionali rappresentano una falsa alternativa".
Il Nobel può avere effetti benefici in Europa, ad esempio orientando maggiormente la ricerca, e i finanziamenti concessi in questo campo, in senso etico?
"Mi auguro di sì, e non solo nell’ambito della ricerca sulle cellule staminali. In bioetica, in generale, la ricerca dovrebbe sempre orientarsi verso il riconoscimento della dignità degli embrione, di ogni essere umano, e del rispetto della vita in qualunque sua forma e fase. Le cellule staminali non sono che un capitolo di questo grande compito: bisognerebbe far capire che progresso scientifico e progresso etico devono affiancarsi, e non procedere l’uno contro l’altro. La Chiesa, da parte sua, non solo non ha nulla contro il progresso scientifico, ma è a favore di tutto ciò che promuove la dignità della persona umana, e che non può che essere apprezzato e incoraggiato".