PERSONA E SOFFERENZA
La comunità cristiana di fronte a una domanda graffiante
Perché proprio a me? È questa la domanda che ricorre più frequentemente tra chi vive una disgrazia legata a una grave malattia o a un’esperienza di profondo dolore fisico. Eppure anche nella sofferenza e nell’agonia, in un contesto socio-culturale in cui si tende sempre più a confondere quanto è possibile tecnicamente con quanto è lecito eticamente, l’uomo può trovare il suo "cammino di santità". Un miracolo che va oltre i progressi della scienza e della medicina e di cui anche la comunità cristiana, nell’avvicinarsi al malato, può farsi artefice riscoprendo il vero significato della cura e dell’assistenza sanitaria: "Prendersi cura della persona e accompagnarla", fino alla fine, perché "inguaribile non è sinonimo d’incurabile". Questo, riportando le parole del vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, è il messaggio emerso dal convegno "Una terapia di comunione" che si è svolto al Seminario vescovile di Rimini, il 6 ottobre, su iniziativa dell’Ufficio pastorale della salute della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna.
Dalla disgrazia alla speranza. Nell’analizzare il modo in cui l’uomo, insieme alla comunità che gli sta attorno, si approccia alla malattia, mons. Lambiasi sottolinea un atteggiamento prevalentemente "narcotico" (riprendendo la figura mitologica di un Narciso "ripiegato su se stesso") e senza speranza (non a caso narcotico è anche sinonimo di droga che uccide) che, tuttavia, risente ancora di quella mentalità "prometeica", fino agli anni Ottanta segnata dagli sviluppi della medicina, per cui "l’uomo può avere, con le macchine e con la scienza, potere sulla morte". Eppure, secondo mons. Lambiasi, "è possibile, anche nel mistero della salute, rendere ragione della speranza cristiana", riscoprendo il significato originario delle parole più antiche della medicina. A cominciare da "ospedale" che nella sua etimologia rimanda all’ospitalità sacra, poi persa nel tempo. "Allo stesso modo – conclude il vescovo di Rimini – curare significa non solo assistere ma prendersi cura e non può prescindere da altri verbi come accompagnare e testimoniare".
Lezioni di vita. L’esperienza della Chiesa riminese è ricca di storie che al di là del dolore e dell’apparente condanna all’infermità e alla morte, offrono quella che mons. Lambiasi cita come una "grande lezione di vita". Un vero "miracolo di fede", ricorda, è rappresentato dalla Comunità di Monte Tauro. Qui un gruppo di fratelli e sorelle consacrate accoglie da più di trent’anni, disabili e persone che hanno chiesto di essere accompagnate in un momento difficile della loro vita. Molti di questi disabili, bambini e adulti, sono stati accolti stabilmente. Qui vive attualmente anche don Mauro Evangelisti, affetto da Sla, malattia degenerativa che lo ha portato a un’immobilità quasi totale. La speranza non gli impedisce di scrivere ogni domenica l’omelia per la Messa con il solo battito delle ciglia grazie all’ausilio di un sintetizzatore elettronico. È una vera e propria lezione di vita anche la storia di Davide, 39 anni, in coma vegetativo da quando ne aveva 27, che pure, nel silenzio e nell’infermità, è parte integrante della famiglia. Mons. Lambiasi gli ha fatto visita più volte ed è in costante contatto con i familiari. "Staccare la spina?", dice la mamma, Amedea Parma: "In un momento di sofferenza si possono dire tante cose. Ma chi siamo noi per togliere la vita? Un sorriso di Davide, un suo sguardo, anche nel vuoto, mi riempie di gioia".
Da un’altra prospettiva. "La filosofia dominante è quella di eliminare il paziente prima che la qualità della vita cali, ma se la qualità della vita è considerata da un altro punto di vista, quello della relazione, ecco che la prospettiva cambia radicalmente". Marco Maltoni, primario dell’Unità Operativa di Cure Palliative dell’Ausl di Forlì, lo ha potuto riscontrare attraverso le testimonianze di alcuni malati terminali ospitati nella sua struttura. Come Cristina, morta a 31 anni per un tumore maligno al cervello, di cui Maltoni riporta alcuni scritti. "La prima domanda che mi sono posta appena dopo la diagnosi è stata: sarà la fine o l’inizio?", scrive la giovane nel suo diario. "Ogni passo in avanti è un passo nell’ignoto", scrive qualche riga dopo, non senza lasciare aperto uno spiraglio di speranza: "Perché per capire qualcosa della vita bisogna attraversare il male?".
L’impegno delle parrocchie. Non solo del recupero di una visione autenticamente cristiana della cura da parte dei professionisti, si è parlato al convegno di Rimini. Attenzione è stata data anche al tipo di aiuto che le parrocchie e gli animatori della pastorale della salute possono fornire ai malati. Impegno che, stando al bilancio stilato da Roberto Marchetto, diacono della parrocchia Crocifisso di Rimini e referente della Consulta diocesana della pastorale della salute, "è presente oggi in quasi tutte le diocesi e parrocchie della Regione". "L’attenzione ai sofferenti viene colta come una possibilità di evangelizzazione non solo per il malato, ma – spiega – anche per la famiglia e il territorio". Tra le necessità emerse: "Formare delle equipe nelle parrocchie che possano essere referenti dei bisogni e delle difficoltà degli abitanti". Oltre all’esigenza di "recuperare la competenza dei tanti operatori sanitari in pensione che, senza sostituirsi ai medici di base, possono offrire vicinanza e ascolto". "Se come cristiani sappiamo tendere la mano ai sofferenti – conclude Marchetto – costruiremo comunità non perfette, ma sananti e accoglienti verso tutti".