CORTILE DEI GENTILI
La seconda giornata ad Assisi con Zagrebelsky, Ovadia, Bosetti e Affinati
"La grande differenza non è tra credenti e non credenti, ma tra chi cerca e chi non lo fa, ossia gli indifferenti". Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista, è intervenuto così, stamattina, al Cortile dei Gentili in corso ad Assisi, durante l’incontro sul tema "Il dialogo interculturale e interreligioso per la pace".
Il senso della ricerca. "Questo appuntamento ha detto è per me la prosecuzione ideale della Cattedra dei non credenti istituita dal card. Carlo Maria Martini. Nei non credenti può allignare una fede, per questo si parla di ‘cosiddetti’ non credenti, e allo stesso modo si può essere credenti in molti modi". Perfino San Paolo, ha proseguito Zagrebelsky, "dice di aver combattuto ‘la buona battaglia’ e aver ‘conservato la fede’. La battaglia cui fa riferimento è quella col dubbio: non c’è chi vive nell’ambito delle certezze ferree e chi nel deserto di principi di riferimento". L’età in cui viviamo è quella "della deposizione delle certezze" e "del dubbio costruttivo. La verità qui non la troveremo mai, ma non è insensato cercarla".
Non un salotto, ma un ring. Il dialogo, ha aggiunto Zagrebelsky, "ha bisogno di onestà e di parità: chi entra in un dialogo fino in fondo avverte che la sua identità è a rischio" perché il dialogo "non è un salotto, ma un ring. Ed è fecondo quando si viene contraddetti. Il fine del dialogo non è la ragione ma aver avuto torto". Che il Dio cristiano "sia pluralista si vede dalla vicenda della torre di Babele: la confusione delle lingue non è un castigo ma una ricchezza. E il dialogo nella città dell’uomo è costruttivo se la verità che riguarda la vita nell’aldilà viene sostituita dalla carità. Se si ragiona in termini di possesso della verità, è molto più difficile: non saremo giudicati per aver professato la verità, ma per aver praticato la carità".
Dalle vertigini agli abissi. Della "dimensione non omologabile del divino", che "si può cercare, ma difficilmente trovare" ha parlato il drammaturgo Moni Ovadia. L’individuo, "capace di vertigini di bene e abissi di male", ha creato, mediante Abramo, "la comunanza dei tre monoteismi". Il sacrificio di Isacco rappresenta inoltre "la fondazione della socialità, infatti Isacco si sposerà fuori dalla tribù". Se nella torre di Babele "le parole chiuse rappresentano un progetto totalitario", "avere paura del confronto, anche polemico, è negare il senso stesso del monoteismo. Le religioni lasciano spazio alla diversità: nel Corano lo stesso Allah vi allude: se avesse voluto fare di tutti gli uomini dei credenti, ci avrebbe pensato lui. Dice: ‘Chi sei tu per costringere un uomo a credere contro la sua volontà?’.
Diversi, ma non troppo. "Il mondo di oggi soffre della presenza di nemici forsennati del dialogo", ha detto il giornalista Giancarlo Bosetti. "Il dialogo non è solo una comoda occasione per disporsi verso l’altro, ma è sempre una sfida perché mette in scena le differenze. E ci mette di fronte alla sfida delle nostre convinzioni". Se "Dio ha voluto la diversità mandando i profeti in diversi tempi", la Chiesa "riconosce quanto di vero e santo c’è nelle altre religioni: esiste, insomma, una via della salvezza aperta ‘extra ecclesia" dal momento che "le diversità di fede sono momenti diversi di un unico disegno divino". Secondo lo scrittore Eraldo Affinati "Dio è innanzitutto il desiderio di conoscerlo. E già nel momento in cui attribuiamo valore alla relazione umana, assumiamo un rischio fortissimo: farci trafiggere dal punto di vista altrui". Alla luce di una consapevolezza: "La dimensione comune che unisce tutti gli uomini e ci porta a pensare che non siamo poi così diversi".
a cura di Lorena Leonardi (Assisi)