MEDITERRANEO
Seminario Mcl a Cipro sulle strategie europee 2020 e l’Europa mediterranea
"La crisi economica è un’opportunità dolorosa che l’Europa deve sfruttare per diventare una vera federazione. Questa crisi accentua le diseguaglianze che mettono a serio repentaglio il progetto di casa comune europea ma queste si possono governare solo attraverso la politica, per questo serve dotarsi di un’Unione federale": a ribadirlo oggi, da Nicosia (Cipro), al seminario internazionale di studi, "Le strategie europee 2020 e l’Europa mediterranea: le sfide strutturali del mercato del lavoro", promosso dal Movimento cristiano lavoratori (Mcl), è stato Vittorio Emanuele Parsi, docente di relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano. "Unione sì, ma non a partire dai conti" ha sottolineato Parsi, per il quale "la finanza non è la ‘conditio sine qua non’ per una maggiore unificazione. Unificazione politica non significa pagare i conti di alcuni Paesi ma eliminare le diseguaglianze amplificate dalla crisi". Chiaro il riferimento a Italia, Spagna e Grecia, Stati membri dell’Ue e siti nell’area del Mediterraneo, il Sud d’Europa. Siamo forse all’inizio di una questione meridionale anche per l’Europa? Per comprendere la criticità e l’importanza di questa zona dell’Europa, particolarmente segnata dalla crisi, abbiamo rivolto alcune domande a Parsi.
La crisi economica sta colpendo molti Paesi del Mediterraneo, come Spagna, Italia e Grecia. Si studiano interventi salva-Stati, rigide riforme, austerity, per salvaguardare la costruzione dell’Ue e la sua moneta. Si sta prefigurando una questione meridionale anche per l’Europa costretta così a procedere a due velocità?
"Parlare di Europa a due velocità potrebbe avere un senso solo se s’intendono procedure da adottare, con Paesi pronti e altri meno a recepire, per esempio la politica comune di difesa o quella monetaria. È un errore, tuttavia, credere che ci sia un pezzo d’Europa che possa fare a meno dell’altro. L’Europa più potente, più ricca, più veloce sa bene che il suo peso è legato al fatto che è inserita in una costruzione che conta e vale centinaia di milioni di persone".
Non c’è, tuttavia, solo la crisi: con la "primavera araba" l’area del Mediterraneo è tornata anche ad essere al centro della scena geopolitica configurandosi come zona strategica per i rapporti di forza tra Usa, Ue e Medio Oriente…
"L’Europa deve guardare alle ‘primavere arabe’ con simpatia e sostegno, perché solo attraverso un rafforzamento istituzionale di quei Paesi sarà possibile impostare un’effettiva collaborazione tra le due sponde del Mediterraneo. Istituzionalizzazione bloccata in passato da regimi personali ma oggi la loro rimozione apre alla possibilità di istituzioni più solide e a un vero dialogo. Tutto ciò prescinde dall’attuale mancanza, da parte dell’Europa, di mezzi economici per aiutare questi Paesi. Che questo frangente storico, poi, porti al recupero della rilevanza del Sud dell’Europa potrebbe essere implicito. Tuttavia dobbiamo pensare che le differenze all’interno dell’Ue sono pesanti e con la crisi si accrescono. Per poterle governare serve un governo politico dell’Unione più saldo e solido e andare verso una federazione europea più effettiva. Senza questo passaggio politico non potremo governare le diseguaglianze che finiranno per minare alla base l’Unione in modo irreparabile. L’assenza di un governo centrale concede spazio agli interessi nazionali dei singoli governi. Solo unificandoci riusciremo a gestire le differenze crescenti".
Diseguaglianze che si aggiungono alle diversità di vedute politiche che i singoli Stati membri hanno sull’area…
"Su tutta l’area del Levante e del Mediterraneo le istituzioni sia comunitarie sia atlantiche fanno fatica a stare, in quanto sono sempre state fuori dalla loro competenza. Si tratta di zone che hanno visto i singoli Stati muoversi in solitaria. Muoversi unitariamente comporta delle difficoltà. Ci sono Paesi, come la Turchia, che confinano con il Medio Oriente, per i quali entra in gioco il ruolo di potenza regionale, il tema della sicurezza dei confini, cosa che non vale per Paesi come Spagna, Italia o Francia. Per quest’ultima ha più peso la Libia. Gestire tutte queste differenze sarebbe possibile se ci fosse un governo unitario".
Paesi del Mediterraneo sono anche Turchia e Israele. Si parla di un eventuale ingresso turco nell’Ue, sarebbe favorevole a un ingresso d’Israele?
"Portare Israele in Europa, come paventato da qualche parte, non porterebbe nessun vantaggio anzi non gioverebbe nemmeno allo stesso Israele che dovrebbe essere percepito sempre più come Paese mediorientale e non come una colonia di europei trasferiti oltremare. Concezione questa in auge nel mondo arabo. Non si possono avviare iniziative che alterino quell’equilibrio sbilanciato in cui vive il Medio Oriente. La questione arabo-israeliana rischia sempre di esplodere in quanto non si è fatto un mezzo passo avanti. Per gli arabi la questione arabo-israeliana è una preoccupazione centrale e costante. Sarebbe bene che Israele sfrutti al meglio quanto sta accadendo in questo tempo nel mondo arabo per trovare la via di una pace giusta e duratura".
a cura di Daniele Rocchi, inviato Sir Europa a Cipro