ORDINARIATO MILITARE
Concluso ad Assisi il convegno nazionale dei cappellani militari
La comunione come "programma di vita cristiana" e come "disciplina" per i presbiteri per sfuggire alle "paralisi della carità, che minacciano di allentare o di bloccare la comunione fraterna". È in sintesi quanto l’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Vincenzo Pelvi, ha proposto ai cappellani militari che, il 27 settembre, ad Assisi hanno chiuso il loro convegno nazionale, appuntamento annuale promosso dall’ordinariato militare (Omi). Tema guida dell’incontro, che anticipa di pochi giorni l’apertura dell’Anno della fede, è stato la "comunione" vista "come segno che rende credibile il messaggio evangelico". Ne hanno parlato, da diverse prospettive, lo psichiatra Tonino Cantelmi (comunione e persona), i coniugi Gilberto Gillini e Mariateresa Zattoni (comunione e presbiterio) e mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio giustizia e pace (comunione e pace). Le messe sono state celebrate da mons. Adriano Bernardini, nunzio apostolico in Italia, e da mons. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e vicepresidente Cei.
Un programma di vita. Tracciando le conclusioni del convegno e parlando delle prospettive per l’anno pastorale entrante (2012-2013), il vescovo castrense ha dichiarato che "la comunione genera nella Chiesa doveri e impegni e diventa programma di vita cristiana". Il maestro di comunione è Gesù che, ha detto mons. Pelvi, "si è messo in comunione con tutti, senza distinzione, superando le rigide classificazioni correnti, sia religiose sia sociali". È la comunione, per l’ordinario militare, a legare insieme "concetti fondamentali come unità, vita comune, condivisione e partecipazione dei beni spirituali e materiali", ed è essa a "rendere credibile l’annuncio del Vangelo". Al popolo di Dio, infatti, "incombe il dovere dell’evangelizzazione. Ma solo una Chiesa che vive e celebra in se stessa il mistero della comunione può essere soggetto di un’efficace evangelizzazione che potrà germogliare solo da una vera e più intensa comunione ecclesiale". Ne deriva "uno stile di vita che esprime l’unità non solo nella dimensione concreta della fede ma anche in quella della carità, che deve essere continuamente alimentata dalla Parola di Dio, nella vita sacramentale, nella preghiera personale, nell’esercizio delle virtù cristiane".
Impegno dei presbiteri. "Come presbiteri – ha sottolineato mons. Pelvi – siamo chiamati a coltivare, con amore paziente e generoso, rapporti interpersonali veramente genuini e a costruire, con convinzione e decisione, una concreta comunione d’intenti. Prima ancora che attraverso le modalità operative necessarie per il suo realizzarsi, la comunione si radica e cresce in un terreno spirituale, che produce una specie di habitus morale fondato su motivazioni di ordine sacramentale, continuamente vivificato da fede, carità e speranza, intessuto di fiducia e segnato da risonanze autenticamente umane". "Il nostro – ha ricordato – non è un ministero personale che si possa svolgere isolatamente. Dobbiamo vigilare di fronte ad alcune tentazioni che possono insidiare, sino a disgregarla, la comunione fraterna tra noi: uno spirito d’isolamento, d’indifferenza, di pura osservazione, di sufficienza". È necessario, ha ribadito l’arcivescovo militare, "aprirsi a un’autentica ‘disciplina della comunione’ che combatte questi comportamenti che contrastano con il nostro essere costituiti in un’unica fraternità presbiterale. Dobbiamo riconoscere, con sincerità, coraggio e umiltà, le ‘paralisi della carità’ che minacciano di allentare o di bloccare la nostra comunione fraterna: disistima, maldicenza, rivalità, odio, rifiuto del perdono".
Promuovere la collaborazione. Nel suo intervento finale mons. Pelvi ha messo in evidenza che "è proprio la mancanza di comunione una delle cause rilevanti di oppressione e dissipazione del sacerdote, da minarne alla base non solo l’identità, spirituale e psicologica, ma anche l’attrattiva vocazionale. Ne è prova che, a differenza del passato, il senso di solitudine che ai nostri giorni si va diffondendo tra i sacerdoti non è tanto di carattere familiare o sociale, quanto piuttosto di tipo pastorale-ministeriale". "I presbiteri – ha detto l’arcivescovo castrense – non soffrono principalmente per la mancanza di una famiglia, né per la perdita di significanza del proprio ruolo in ambito sociale ma per la carenza di relazioni fraterne e di sostegno all’interno del mondo ecclesiale". La promozione della collaborazione in seno al presbiterio diventa così "uno dei luoghi privilegiati per la maturazione relazionale e affettiva del clero. La cura di qualche amicizia buona e sicura e la coltivazione del confronto sincero con i confratelli privilegia la crescita nella carità pastorale".