MEZZOGIORNO
Anche se il Rapporto Svimez riconferma una situazione a ”rischio desertificazione”
Crollo dei consumi, Pil più basso che nel resto d’Italia, deindustrializzazione, disoccupazione, soprattutto per donne e giovani, emigrazione, lavoro nero… I dati offerti oggi dal Rapporto Svimez ancora una volta mostrano un’Italia a due velocità, con un Sud travolto dalla crisi in modo ben più pesante del Nord. Gigliola Alfaro, per il Sir, ha posto alcune domande a Mario Di Costanzo, direttore dell’Ufficio laicato dell’arcidiocesi di Napoli, con un’esperienza nel passato di assessore comunale al patrimonio.
I dati del Rapporto Svimez purtroppo non sono una novità…
"Certo, i dati attestano il radicamento di fenomeni come deindustralizzazione e disoccupazione che sono la conferma di una linea di tendenza che procede negli anni. Si dovrebbero attivare dinamiche che possano favorire processi di segno opposto. Qualcuno parla di rilancio dell’agricoltura, ma gli esiti positivi sono nel medio-lungo periodo. Altri pensano al turismo come un possibile volano di sviluppo, viste le risorse artistiche e naturali che sono una peculiarità meridionale. Altri ancora mettono l’accento sui lacci e lacciuoli imposti da una burocrazia che, nonostante i tentativi di snellimento, non sembra incoraggiare in modo particolare l’imprenditoria, soprattutto quella giovanile. Discorso a parte, poi, andrebbe fatto per il sistema bancario fondato su una logica per la quale non sei valutato per quello che sei e per tutte le potenzialità, anche umane, che possiedi, ma per le garanzie che offri. Quello che, però, mi sconcerta è il fatto che in sede politica non si fa da anni un ragionamento serio sul Mezzogiorno, e non solo sulle difficoltà che lo attanagliano ma anche e soprattutto, in prospettiva, per le potenzialità di sviluppo che, correttamente orientato, può offrire al Paese".
A chi possiamo imputare le maggiori responsabilità di questa situazione?
"Più che sulle politiche inefficaci, metterei l’accento sulla qualità della classe politica. Perché le politiche le fanno i politici. Una classe politica troppo spesso fondata su una logica ferrea: il voto. Ma questa non è una novità. Lo hanno scritto i vescovi nel 1989: nel Mezzogiorno, dicevano, ha avuto una rilevanza del tutto particolare il peso assunto dai rapporti di potere politico, i quali hanno favorito una dipendenza verticale verso le istituzioni, con una crisi di sviluppo della società civile e delle autonomie locali. Di fatto, la cultura della dipendenza ha determinato una rete di piccolo e grande clientelismo, che misconosce i diritti sociali e umilia i più deboli. Altro che cultura della cittadinanza".
È, dunque, una questione anche culturale?
"È certamente una questione culturale e, in linea più generale, di mentalità. In genere si dice che i problemi del Sud sono casa e lavoro, ma io sono convinto che di problemi ce n’è uno a monte. Penso a ‘Stato sociale ed educazione alla socialità’, un documento della Cei del 1995, laddove si parla di diritti di cittadinanza. Tra questi si cita il diritto all’istruzione e allo studio ricordando che ‘soprattutto in alcune zone del nostro Paese non ha ancora trovato un’adeguata attuazione’. Basti pensare alla carenza di mezzi economici impiegati a tale scopo e al crescente fenomeno della dispersione e dell’abbandono scolastico. Il bambino, il ragazzo, che il titolo di studio non l’avrà mai perché a scuola non ci va, è già condannato alla disoccupazione. Probabilmente alla malavita. È in queste condizioni che emerge un problema di mentalità. Non è preoccupante solo la macroillegalità, ma la miriade di minuscole illegalità di cui qui al Sud è costellata la vita di tanti, tutti i giorni. C’è un deficit educativo, ma quando il confine tra lecito e illecito diventa un’area grigia, su questo terreno fiorisce anche la macroillegalità".
Cosa dovrebbe fare il Nord per venire incontro alle difficoltà del Sud? La Chiesa ha sempre ricordato che l’Italia non può crescere se non insieme…
"Anche il Nord dovrebbe fare un salto di qualità culturale, liberandosi da certi stereotipi, ingannevoli, che riguardano la realtà meridionale. Purtroppo, è vero che c’è un’illegalità diffusa al Sud, ma esiste anche al Nord. Quindi, sarebbe auspicabile che anche il Settentrione imparasse a guardare al Mezzogiorno non come a una zavorra, ma a una risorsa del Paese, come chiedono da sempre i nostri vescovi. L’Italia non può certamente crescere se non insieme. Per incentivare gli investimenti al Sud è necessario avere, da un lato, un ceto politico, meridionale e nazionale, capace d’imporre il rispetto delle regole anche al Sud e di fare una guerra seria ai fenomeni malavitosi; dall’altro, imprenditori del Nord che investono, sapendo di trovare anche qualità. Inoltre, nel momento in cui si riesce a imporre il rispetto delle regole si liberano anche le potenzialità imprenditoriali del Sud. Pensiamo a cosa si potrebbe fare sul litorale campano da Mondragone a Castellammare di Stabia, se si potesse sviluppare un’imprenditoria libera dai vincoli e dagli impedimenti della criminalità organizzata. Sarebbe una nuova Rimini o Riccione".