SUMMIT UE-CINA
Diritto all’informazione: a Bruxelles un episodio che fa riflettere
La libertà di espressione e di stampa sono – è risaputo – tra i diritti fondamentali riconosciuti in tutte le società "libere" e in tutti i Paesi moderni. Si tratta di elementi costitutivi, non collaterali o aggiuntivi, della convivenza democratica. Si sa, peraltro, che tali libertà, come tutte le libertà e tutti i diritti, hanno dei limiti, correlati ad esempio alla loro piena fruizione da parte di ogni individuo (la tua libertà non può limitare la mia né mi può arrecare danno). Per tale ragione anche la libertà di stampa deve fare i conti con il concetto di responsabilità.
L’argomento, apparentemente ovvio, assodato nel diritto, sancito da leggi presenti in quasi tutti gli Stati del mondo, torna però ciclicamente alla ribalta nei casi in cui emergono violazioni esplicite di tali libertà, tendenti di fatto a mortificarle o a negarle; oppure, e al contrario, quando una loro "esasperata" interpretazione nuoce a una persona, a un gruppo di cittadini, a una intera comunità. Di libertà di stampa e dei suoi "limiti", labili, talvolta difficili da definire, si è parlato di recente a proposito della pubblicazione di alcune fotografie ritraenti la principessa Kate Middleton in topless. La rivista "Closer" è stata raggiunta da una sentenza della giustizia francese volta a tutelare l’immagine e la privacy della consorte del principe William, dato per futuro re d’Inghilterra. Misure analoghe potrebbero colpire le testate di altri Paesi, Italia compresa, che abbiano pubblicato le medesime foto.
Su tutt’altro piano si colloca la recente pubblicazione di vignette contro l’islam da parte della rivista satirica francese "Charlie Hebdo", che fanno seguito alla diffusione on line del film americano "The innocence of muslims". Prendere di mira (anche quando avvenisse con garbo e senso dell’ironia) la religione e la sensibilità dei credenti, a qualunque fede appartengano, significa andare a toccare un altro diritto fondamentale – appunto la libertà di religione -, il quale richiede altrettanto rispetto e attenzioni della libertà di espressione. Le conseguenze dirette e indirette di questi ultimi episodi sono notizia di queste ore. È invece passata relativamente sotto silenzio una differente, eppur grave, lesione del diritto di informare e di essere informati, avvenuta il 20 settembre a margine del summit tra Unione europea e Cina svoltosi a Bruxelles. L’incontro – che affrontava temi di economia, relazioni commerciali, energia e altro ancora – non si è concluso con la tradizionale conferenza stampa, come accade per gli altri vertici bilaterali dell’Ue. Il premier di Pechino, Wen Jiabao, si è rifiutato di tenere, con i responsabili istituzionali dell’Unione, un confronto con la stampa; un eventuale rendez-vous con gli organi di informazione internazionali accreditati presso l’Ue si sarebbe potuto svolgere solo con condizioni dettate dalla rappresentanza diplomatica cinese, definendo in sostanza una lista di giornalisti "graditi" al regime.
L’associazione dei giornalisti europei ha quindi respinto l’inaccettabile proposta. Non meno grave è parso il fatto che, per non rischiare di offendere la delegazione di Pechino, nemmeno il presidente del Consiglio Ue Van Rompuy e quello della Commissione Barroso hanno incontrato i giornalisti.
Non vi sono dubbi sul fatto che la Cina sia ancora oggi un Paese in cui le libertà individuali e collettive sono sistematicamente violate. Il regime comunista che detiene il potere nella nazione più grande del mondo non accenna del resto a incamminarsi sulla strada di una compiuta democrazia. Il prossimo cambio della guardia previsto a ottobre a Pechino (Wen Jiabao era alla sua ultima missione in Europa) non lascia intravvedere novità. Eppure il fatto che anche le istituzioni Ue, per compiacere l’importante partner commerciale, abbiano compiuto un passo indietro rispetto alla trasparenza e all’informazione, deve suonare come un campanello d’allarme.