PRIMAVERA ARABA

Un anno dopo

Incontro a Malta della Commissione Giustizia e Pace di Europa

“La primavera araba un anno dopo”, questo il tema scelto per l’incontro annuale della Commissione Giustizia e Pace Europa, ospitato nell’arcidiocesi di Malta e che proseguirà fino a domani quando lascerà il posto ai lavori dell’assemblea generale. Non è un caso che sia stata scelta proprio questa isola, perché "come San Paolo trovò qui rifugio dalla tempesta così hanno fatto migliaia di persone durante la crisi in Libia" ha ricordato Roderick Agius, presidente di Giustizia e Pace Malta. "Quest’isola è storicamente un crocevia di culture e religioni diverse ed oggi più che mai ricopre un ruolo centrale nel dialogo con i paesi che sorgono sulle sponde del Mediterraneo, soprattutto alla luce dei cambiamenti politici in corso" ha proseguito il presidente della Commissione, William Kenney e come ha ricordato anche mons Lawrence Gatt, pro vicario della diocesi di Malta. "Sia coloro che sono rimasti a lottare nei loro Paesi, sia quelli che sono stati costretti ad abbandonarli, sono una testimonianza forte di quanto sia importante la ‘giustizia’, che nemmeno anni di oppressione sistematica è riuscita a cancellare", come ha rilevato padre George Grima membro della commissione maltese. "Il sentimento di profonda ingiustizia che ha unito le persone va al di là della razza o del paese di origine, ma si fonda sul legittimo desiderio di pace e di fratellanza umana".

La modernità ha sostenuto la rivolta. Dopo aver introdotto il tema del workshop e delineato le premesse e gli obiettivi dei lavori, si è entrato nel vivo dell’argomento con la testimonianza di tre relatori che ne hanno analizzato le cause politiche ed economiche. Come ha sottolineato Arnold Cassola, portavoce del partito dei Verdi di Malta, "le rivolte della primavera araba hanno colto alla sprovvista il mondo intero, anche se i semi di tali moti erano stati seminati già da decenni". In particolare l’esperto ha ricordato le strategie dei leader di Tunisia, Egitto e Libia, "per creare un cocktail esplosivo di brutalità, arroganza e nepotismo" che nella loro ottica avrebbe dovuto durare per decenni, privando le popolazioni della possibilità di svilupparsi e di veder riconosciuti i propri diritti. "Per ironia della sorte è stata, invece, proprio la modernità con le sue tecnologie a fornire gli strumenti necessari alla ribellione". Ma se i leader hanno potuto godere a lungo di questo potere, è stato anche grazie ai legami d’interesse economico-commerciale che si celavano dietro ai rapporti con i paesi dell’ovest. "La mia speranza – ha concluso l’esperto – è che le grandi potenze dei paesi sviluppati, abbiano imparato la lezione e non ripetano più gli stessi errori del passato, ma si impegnino a condividere le risorse in modo equo, garantendo pari opportunità per tutti".

Quale risposta dall’Unione europea? Una fase nuova. Ma ora che i movimenti popolari rivoluzionari sono decollatati, si è aperta un’altra fase che vede i paesi occidentali, e in particolare quelli dell’Unione europea, in prima linea affinché in queste nuove realtà attecchisca il modello di democrazia occidentale. "Purtroppo il corso degli eventi non ha avuto l’esito esattamente sperato e voluto da parte delle forze politiche europee – ha rilevato George Vella, portavoce del partito dei Laburisti di Malta – ma la Ue dovrebbe accettare tutti i governi democraticamente eletti perché non è nostro diritto giudicare le decisioni dei paesi mediterranei". Come ha rilevato il ministro degli esteri, Tonio Borg "è importante riconoscere che le elezioni sono state ben condotte, respingendo ogni forma di paternalismo ed eliminando ogni forma di pregiudizio nei confronti dei movimenti islamisti, visti a priori come una minaccia per la democrazia".

Incoraggiare dialogo e cooperazione. "Favorire il dialogo e la cooperazione" è la strategia risolutiva che l’Europa dovrebbe attuare verso i paesi del nord Africa perché è importante che "a tutti gli individui venga garantita la libertà e il rispetto dei diritti umani" come è emerso dall’intervento del prof. Godfrey Pirotta, per il quale il punto di partenza è che "ogni essere umano va visto non solo come un individuo a sé stante, ma anche come parte di una comunità". Troppo spesso, invece, "i paesi europei si ergono a modello di democrazia a priori, dimenticando la storia, la cultura e l’identità che caratterizzano i paesi del nord Africa". Ma dal confronto non sempre gli europei escono vincenti. "Prendiamo per esempio la famiglia – ha rilevato il prof. Pirotta – nei paesi del nord Africa rappresenta un vincolo importante e vedendo come invece questo valore viene svilito in Europa è difficile dimostrare che le democrazie europee siano un modello da perseguire".

Perché un sogno diventi realtà. Ieri, a chiusura della prima giornata dei lavori, quello che è emerso dai vari interventi è che per raggiungere i risultati democratici auspicati "bisogna puntare sul rispetto della libertà e dei diritti umani, tenendo in considerazione tutti i punti di vista, e in particolare, superando i pregiudizi verso l’Islam". "Un prezzo troppo alto in termini di vite umane è stato pagato da questi popoli e ora non possiamo permetterci che il sogno democratico venga infranto, è importante sostenerli, in particolare il popolo siriano, e creare un ‘new deal’ basato sulla riconciliazione" ha sottolineato nella videoconferenza padre Paolo Dall’Oglio, profondo conoscitore di questi luoghi, in particolare della Siria.

a cura di Nike Giurlani, inviata di Sir Europa a Malta