INSEGNANTE IN CELLA

La società non è assolta

Il caso di Palermo e la fragilità delle relazioni educative

Arriva curiosamente in coincidenza con l’inizio dell’anno scolastico la notizia della condanna, da parte della Corte di cassazione, di un insegnante a 15 giorni di cella per aver fatto scrivere a un suo alunno, sul suo quaderno per 100 volte la frase "sono un deficiente".
La notizia ha subito scatenato il dibattito, in particolare sul web, con riflessioni sulla figura dell’insegnante, sul processo educativo, sull’eventuale esagerazione della sentenza della Corte, sul "bullismo" e i suoi rimedi (il ragazzino al centro della vicenda era stato punito proprio per aver avuto atteggiamenti da bullo verso un suo compagno).
Difficile entrare nel merito della vicenda, per la quale non abbiamo tutti gli elementi necessari, che però probabilmente avevano i giudici che si sono trovati a sentenziare sul caso, avvenuto a Palermo e per il quale si era già pronunciato il tribunale in primo grado, assolvendo l’insegnante accusata di abuso di correzione, mentre in appello era stata condannata addirittura a 30 giorni di reclusione, ora diventati la metà. Si può invece raccogliere qualche riflessione di carattere generale. La prima: certamente la scuola richiede un modus operandi coerente con i propri fini. La dignità della persona è al centro del processo educativo e nel rispetto di essa bisogna si orienti tutta l’istituzione, nella sua interezza, a cominciare, ad esempio, da una organizzazione coerente, per arrivare fino all’operato quotidiano di docenti e non. La Corte, sanzionando la docente e stigmatizzando la "punizione" affibbiata all’allievo, spiega, tra l’altro, che "non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza, convivenza e solidarietà, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini contraddicono".
Una seconda riflessione riguarda il "clima" generale all’interno del quale agisce l’insegnante e che permette in buona sostanza soprattutto agli allievi di coglierne l’azione come indirizzata a quell’"armonico sviluppo di personalità" che la Corte stessa ricorda. Il clima è anzitutto da verificare nell’intreccio complesso di relazioni che riguardano adulti e minori, adulti tra loro e minori tra loro. Un intreccio di relazioni sapientemente guidato da chi ha consapevolezza e professionalità, che la scuola richiede. Relazioni che coinvolgono anche l’ambiente esterno alla scuola. Ad esempio, si capirà che un certo svilimento mediatico della figura dei docenti potrà avere ripercussioni non da poco nella costruzione di quella rete di relazioni nella quale sono richieste anche autorevolezza e "paletti" sicuri. La società non può chiamarsi fuori.
Ancora una volta viene da pensare all’opera collettiva che si realizza nel processo educativo e scolastico nella fattispecie, alle responsabilità da condividere, nella diversità delle azioni e dei compiti. La scuola non può che essere un grande progetto di tutti, perché ha al cuore il bene comune, non solo dei singoli coinvolti, ma in generale del progresso di una civiltà. Così va pensata, per questo va valorizzata e posta davvero, non solo a parole, tra le priorità nazionali.