PREMIO ILARIA ALPI

Ancora troppo buio

Da ieri a Riccione l’incontro su verità negate e delitti rimasti impuniti

Verità negate e delitti che chiedono giustizia a distanza di anni, se non di decenni. È il caso degli attentati ai magistrati Falcone e Borsellino, a vent’anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio, come dell’omicidio avvenuto in Somalia il 20 marzo 1994, degli inviati del Tg3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. È stato questo il filo conduttore della prima giornata del Premio "Ilaria Alpi", iniziato ieri a Riccione (Villa Mussolini), manifestazione che ogni anno, nel riaccendere i riflettori sul caso giudiziario relativo alla morte dei due giornalisti, approfondisce temi di forte attualità insieme alle migliori firme del giornalismo italiano e internazionale, e non solo. Ieri è stato il pm della Procura Antimafia di Palermo, Antonio Ingroia, a riaprire dal palcoscenico riccionese una delle piaghe più profonde del Paese: i legami tra criminalità organizzata e potere.

Verso la verità. Ingroia, coordinatore del pool di magistrati che sta indagando sulla trattativa tra Stato e Mafia, ha premesso che ci troviamo "di fronte a una svolta cruciale": "L’inchiesta è stata chiusa con le richieste di rinvio a giudizio. A fine ottobre il giudice dell’udienza preliminare valuterà lo spessore delle prove raccolte e fisserà un percorso, che non sarà breve ma accidentato. Sarà la prima volta che verranno processati insieme uomini della Mafia e dello Stato". L’auspicio di Ingroia è che questa volta "tutti facciano la loro parte per l’accertamento della verità" che, aggiunge, "non va perseguita solo nelle aule giudiziarie". Il pm sottolinea che quello della verità è un obiettivo difficile da raggiungere, non solo per le indagini e i processi sulla stagione delle stragi di mafia, ma per tutte le vicende che hanno insanguinato l’Italia. A partire proprio dalla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. "È un dato di fatto – puntualizza Ingroia – che in Italia, sui fatti oscuri della nostra storia, non si riesca ancora a trovare la verità. Per uscire dal guado occorre creare i presupposti perché le compagini migliori delle istituzioni facciano la propria parte".

I frutti lasciati da Falcone e Borsellino. "La mafia c’è da 150 anni. Non esiste un altro criminale che non sia mai stato debellato in un periodo così lungo". A ricordarlo è stato, nel dibattito con Ingroia, il giornalista Saverio Lodato. Nel sottolineare che la prima Commissione anti-mafia in Italia è stata costituita nel 1963, Lodato ha aggiunto che "nessun altro Paese al mondo indaga da 50 anni su un fenomeno senza esserne mai venuto a capo". Ma dal magistrato siciliano sono arrivate, questa volta, parole di speranza, perché "non torneremo più al punto di partenza: c’è un progresso complessivo nella magistratura e nella società". Ingroia ha sottolineato l’impegno dei magistrati "nell’indagare in linea con gli insegnamenti di Falcone e Borsellino" e ha affermato di avere "fiducia in quella parte dell’Italia che ci crede: in questi anni l’ho vista crescere di numero, mi auguro che cresca anche di peso". E a chi ha visto una fuga dietro la sua prossima partenza per il Guatemala (dove andrà a coordinare la lotta al crimine transnazionale su incarico dell’Onu) ha chiarito: "Non si tratta di una ritirata o di un esilio. L’idea è stata presa da tempo. Ho ritardato la richiesta perché volevo chiudere questa fase importante. Molto probabilmente parteciperò alla prima udienza preliminare, poi partirò".

Tanti perché senza risposta. La prima giornata del Premio riccionese è stata anche l’occasione per rifare il punto sulla vicenda del duplice omicidio Alpi-Hrovatin. "Sappiamo come è andata e che cosa è successo quel 20 marzo 1994, ma abbiamo ancora molte domande senza risposta", ha ribadito la portavoce dell’Associazione Ilaria Alpi, Mariangela Gritta Grainer, nello spiegare il titolo di questa edizione dell’evento, "Ilaria. Perché". "Sono diciotto anni che si combatte per avere verità e giustizia su quella che, lo sappiamo tutti, è stata un’esecuzione con un unico colpo di pistola fatale per entrambi gli inviati, e non un tentativo di sequestro finito in tragedia", ha aggiunto Grainer. "Ilaria e Miran stavano indagando su traffici di rifiuti tossici e armi tra la Somalia e l’Italia. Traffici che possono essere gestiti solo dalla criminalità organizzata e che, per essere così estesi, devono per forza essere coperti da qualcuno". Mentre in carcere, per il duplice omicidio, c’è solo un giovane somalo, Hashi Omar Assan, indicato da un testimone oculare che ha poi ammesso di essere stato pagato da qualcuno per dire il falso, Grainer ha fatto l’ennesimo appello, per conto dell’associazione, alla magistratura romana "perché adesso si è a un punto fermo", e alla politica e alle istituzioni del nostro Paese "perché si smetta di occultare e archiviare".

a cura di Alessandra Leardini, inviata Sir a Riccione