SARDEGNA
Per il futuro dei lavoratori dell’Alcoa e dei minatori di Carbosulcis
In queste settimane il Sulcis è tristemente finito alla ribalta nazionale e internazionale per i gesti di protesta e disperazione degli operai asserragliati in miniera o sui silos. Collegamenti quotidiani di tutti i media nazionali fanno intendere che questa non è la solita protesta perché una fabbrica non chiuda. Ed è proprio così. In quest’ultimo scorcio di estate è in gioco il nostro futuro e quello dei nostri figli. Siamo arrivati al dunque, gli operai lo hanno capito molto bene. Anni di chiusure annunciate, di tira e molla, di false speranze, lasciano il posto a una triste considerazione: i margini sono finiti, o si trovano soluzioni credibili o le fabbriche chiuderanno per sempre. Raccogliamo, purtroppo, i cocci di una politica industriale fallimentare e miope. La speranza è di poter rinascere dalle macerie. Non entro nel merito delle vicende, mi limito a enunciare un principio per me alla base del rilancio industriale del territorio: basta con l’accanimento terapeutico per tenere in vita le imprese, basta con le soluzioni tampone. Occorre lavorare perché Alcoa e Carbosulcis abbiano un "vero" futuro, sostenibile da tutti i punti di vista: ambientale, umano ed economico. Non sono più tempi in cui continuare a buttare denaro pubblico nelle tasche di multinazionali sanguisughe che, appena trovano di meglio, sbattono la porta, vanno via e lasciano il territorio devastato e da bonificare.
Per la Carbosulcis, seguendo le parole del ministro Clini, sono tempi in cui "lavorare per consentire la realizzazione di un impianto di produzione di elettricità, utilizzando anche il carbone del Sulcis con tecnologie molto avanzate che consentano di avere un elevato rendimento e basse emissioni".
Per Alcoa la partita è più dura, serve un "vero" acquirente, che voglia far rivivere la fabbrica. La speranza è riposta nella Glencore, realtà virtuosa nel polo industriale di Portovesme. Ma sullo sfondo rimane in tutta la sua drammaticità il nodo energia.
Detto questo, per dare sicurezza economica al Sulcis non basta salvare le filiere esistenti dell’alluminio e del carbone. Occorre molto di più. Per fortuna non partiamo da zero, il "Piano Sulcis" è una realtà. Regione, Provincia e Comuni hanno deliberato investimenti ingenti per il rilancio del territorio. È necessario fare in fretta, far partire prima possibile i progetti che possono diversificare l’economia sulcitana puntando su bonifiche, turismo, agricoltura, pesca, agroalimentare.
In queste ore di attesa e trepidazione, il vescovo Giovanni Paolo Zedda invita a pregare costantemente e a "rinnovare l’impegno a una corresponsabilità, di ciascuno per la propria parte, nell’affrontare la crisi". E a chi ha grandi responsabilità, chiediamo il massimo, senza sconti.