CHIESA ED EUROPA

Un pensiero nuovo per lo sviluppo

Da domani a Cipro incontro Ccee sulla coesione sociale nel tempo della crisi

L’impegno della Chiesa nella promozione della coesione sociale in Europa. Di questo parleranno una trentina di vescovi e delegati delle Conferenze episcopali d’Europa, responsabili per le questioni sociali, a Nicosia (Cipro) dal 3 al 5 settembre. A convocare l’incontro è la Commissione del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) per le questioni sociali "Caritas in veritate", presieduta da mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo-vescovo di Trieste. "In tempi di crisi, come il nostro – si legge in un comunicato del Ccee –, il vivere insieme diventa una scelta quotidiana, non sempre semplice da compiere se non ispirata alla volontà di realizzare un progetto di vita in comune piuttosto che all’opportunità o alla necessità delle circostanze". Accolti dall’arcivescovo di Cipro dei maroniti, mons. Youssef Soueif, i vescovi europei cercheranno di rispondere a una serie di domande: "Su che cosa si basa oggi la coesione sociale? Quali sono gli elementi che la mettono a repentaglio a livello locale ed europeo? È possibile un’Europa coesa che dimentichi le sue radici cristiane? E qual è il ruolo della Chiesa?". Ad aprire i lavori sarà il vicepresidente del Ccee, card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei. In vista dell’incontro, Francesco Rossi, per il Sir, ha rivolto alcune domande a mons. Giampaolo Crepaldi.

In tempo di crisi "vivere insieme diventa una scelta quotidiana, non sempre semplice da compiere…", riporta la presentazione dell’incontro. È un richiamo a superare l’individualismo, a livello tanto di singoli quanto di Stati?
"Esattamente. La crisi si presenta, anche nelle sue manifestazioni più eclatanti, come quel processo che purtroppo porta l’individualismo nei comportamenti delle persone, ma conduce anche verso forme egoistiche i soggetti istituzionali, soprattutto in una realtà come quella europea, nella quale, nei rapporti tra Stati, ci sono soggetti veramente molto deboli e altri molto forti. Vediamo chiaramente come ci siano comportamenti non animati dalla solidarietà, bensì da logiche che vogliono affermare la propria individualità in maniera egoistica. Proprio per questo i vescovi hanno ritenuto opportuno che, in un momento di crisi, si riprendesse in mano il tema della coesione sociale".

Quale impegno specifico può assumere la Chiesa per la coesione sociale dell’Europa?
"La Chiesa può innanzitutto dare un contributo nel chiarire i termini della crisi. Lo ha fatto già papa Benedetto XVI nella Caritas in veritate, laddove parla espressamente della crisi e ne fa un’analisi. Il Santo Padre, di fronte a spinte che andavano nella direzione di leggere la crisi in termini di decrescita o ‘dopo sviluppo’, fa ancora una scelta chiara per lo sviluppo, affermando però contestualmente che la crisi deve diventare un’occasione di riflessione, ripensamento e rilancio. La prima opera che può fare la Chiesa è innanzitutto questa ‘diaconia’ del chiarire i termini della questione. In secondo luogo, l’opera formativa ed educativa: educare le persone come pure i soggetti collettivi, istituzionali, gli Stati a perseguire logiche di solidarietà, di coesione: insieme si vince una battaglia difficile come quella imposta dalla crisi attuale. Terzo, la Chiesa può indicare comportamenti virtuosi, per esempio a livello di finanza, dinamiche economiche, scelte politiche. La crisi la si supera non facendo ciò che si è sempre fatto, ma cambiando stili di vita a livello individuale come pure politico, istituzionale, economico-finanziario".

A tal riguardo, che ruolo ha la Dottrina sociale della Chiesa?
"È proprio la Dottrina sociale che ci dice tutto questo in modo molto chiaro. La Caritas in veritate a me sembra il grande manifesto di quest’inizio di terzo millennio proprio per superare la crisi che abbiamo di fronte. In fin dei conti, se noi andiamo ad analizzare bene come si è manifestata, ci accorgiamo di come le ragioni di fondo non siano di carattere strettamente tecnico-finanziario, ma economico. Quando la finanza diventa nelle sue dinamiche autoreferenziale, e quindi staccata dall’economia reale non tenendo più conto delle imprese, delle famiglie e delle persone, evidentemente c’è qualcosa che non va. La Dottrina sociale della Chiesa, e in modo particolare la Caritas in veritate, denuncia tutto ciò ed è, quindi, la piattaforma per superare questi problemi".

Parlare di radici cristiane, a volte, sembra dividere, soprattutto gli attori politici. Ma è possibile immaginare un’Europa coesa prescindendo da esse?
"A suo tempo seguii il dibattito in vista del trattato e ricordo l’impegno del beato Giovanni Paolo II affinché nel preambolo vi fosse il riferimento alla radici cristiane. Ometterlo fu un errore madornale: come si fa ad avere un’intelligenza adeguata di che cos’è l’Europa e dove deve andare se prescindiamo dal cristianesimo? È essenziale, secondo me, un recupero di valori cristiani e umani proprio per dare una svolta a questa crisi, che non si risolverà unicamente con soluzioni tecnico-finanziarie".