MINATORI SULCIS E ALCOA
Rimane forte la vigilanza dei lavoratori e della gente della Sardegna
Non c’era più nessuno coi minatori di Nuraxi Figus. La solitudine del minatore strideva con il bailamme di microfoni, cavi, telecamere, stand up, giornalisti che per una settimana hanno presidiato il campo minerario, alla stanca ricerca di un significato spettacolare che spiegasse perché nel 2012 ci siano ancora degli esseri umani, che per otto ore al giorno scendono nella pancia della terra ad estrarre carbone. Lo doveva spiegare alla "gente" dei rotocalchi patinati, delle trasmissioni strappalacrime della tivù, dei quotidiani necessitanti una notizia in una estate povera di gossip. È mancata la notizia bomba, ed ecco che ci pensano quei minatori di una miniera dal nome lontano che ricorda i nuraghi e i fichi, ad innescare l’esplosivo: quello della santabarbara che c’è in ogni miniera, e che loro, al momento dell’occupazione di 8 giorni fa, si sono peritati di mettere in sicurezza e di usare come memento per chiunque mettesse in dubbio la loro determinazione. Determinati lo sono ancora, ora che l’occupazione è stata levata, che lo spettacolo e l’importanza mediatica sono finite. Hanno levato l’occupazione dal pozzo, è vero, hanno visto il can can dei lustrini allontanarsi, hanno recepito le timide rassicurazioni del Governo e la "promessa" che, se e quando la miniera chiuderà, non sarà in questi giorni, e l’hanno vista come un segnale di S.O.S. ricevuto. Perché tanto la miniera chiuderà, lo sanno i minatori di Nuraxi Figus: come tutte le miniere che si esauriscono, che terminano il filone. Lo sanno i minatori che il loro carbone non è il migliore, anzi, ha troppo zolfo, è lignite ma che in altre parti del mondo è usata con profitto per produrre energia e con l’anidride carbonica che si crea con il processo produttivo, stoccata e lavorata, ed in determinate condizioni geologiche, si può creare metano. Lo sanno i minatori che è un processo industriale costoso, anche pericoloso. Ma a chi scende tutti i giorni da 30 anni a -373 metri sotto il livello del mare non si può parlare di pericolo: ci convivono. "Cos’è la miniera? È quella che mi ha dato da mangiare, mi ha dato da vivere dice Roberto Ziranu, minatore da oltre venti anni, che ha già conosciuto l’occupazione degli anni ’90-. La miniera mi ha permesso di farmi una famiglia, è la mia vita che mi sostiene su tutto. L’uomo che è in miniera ha in testa di arrivare alla fine della giornata ed alla fine degli anni di lavoro e giungere alla pensione, come tutti gli altri uomini". Ziranu è uscito dal pozzo come i suoi compagni dopo una settimana di tensioni, della politica che non ha saputo dare risposte al territorio scegliendo di rimandare scelte e speranze a un domani che ha scadenze molto prossime: "Nuraxi Figus è una miniera che è stata usata come serbatoio per tante cose prosegue il minatore-, ma è sempre stata tenuta al disotto delle sue possibilità, la verità è questa. Il problema della fame è di tutti nel Sulcis, ma si ferma qui da noi quando entra in gioco la lotta per il lavoro. La nostra colpa è essere una miniera di proprietà regionale. Le altre industrie in crisi adesso ci hanno lasciato soli in lotte passate. La differenza è stata che al momento della loro crisi noi eravamo con loro, come ora". Già, le altre industrie della zona, le industrie del comparto dell’alluminio di Portoscuso e Portovesme, Alcoa ed Euroallumina. Distano da Nuraxi Figus meno di due chilometri. Il Governo ha momentaneamente salvato il lavoro dei minatori, la multinazionale americana Alcoa (ampiamente foraggiata da contributi statali e regionali negli anni…) non ha accettato di prolungare la sua attività produttiva di alluminio di qualità eccelsa, e chiude i battenti. Ha iniziato il processo di spegnimento degli impianti, i lavoratori hanno fatto una marcia, l’ennesima, a Roma, dicono che ne faranno un’altra, e la solidarietà dei minatori c’era. Ma questa volta anche gli operai di Alcoa hanno stretto il loro abbraccio con i minatori nei pozzi. Non è una guerra tra poveri, è la percezione lenta e dolorosa di un coltello avvelenato che affonda la sua ferocia nel corpo violato di una terra dura e abbandonata dai suoi amministratori, statali, regionali, che in tanti anni di gestioni di questo o quel manager non hanno saputo e voluto dare risposte concrete. I lavoratori, le popolazioni della Sardegna sud-occidentale, con un territorio massacrato in oltre duemila anni di scavi, con industrie che hanno inquinato e impoverito zone agricole, falde acquifere, con una delle più grandi concentrazioni di metalli pesanti nei terreni al mondo, attendono. Perché in miniera ci sono sempre uomini decisi a non perdere il loro lavoro, per sé e per gli altri lavoratori.
a cura di Massimo Lavena, inviato Sir a Nuraxi Figus