NELLA TERRA DEI PADRI

Passione per la Parola

P. Paolo Garuti: Israele ha segnato la coscienza del card. Martini

La amava al punto da farvi ritorno, appena terminato il ministero episcopale, per proseguire i suoi studi biblici. Il legame del card. Carlo Maria Martini con la Terra Santa risale a quando era un giovane gesuita. Francesco Rossi per il Sir ne ha parlato con il domenicano padre Paolo Garuti, biblista e docente alla Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino (Roma) e all’École Biblique (Gerusalemme).

Cosa caratterizzava il legame del card. Martini con la Terra Santa?
"Carlo Maria Martini, dal punto di vista scientifico, era uomo del testo: si consacrò sin dagli albori della sua carriera di studioso agli antichi manoscritti del Nuovo Testamento, al confronto fra le diverse forme in cui quegli scritti sono giunti fino a noi. Il Nuovo Testamento fu scritto in greco, fuori dalla Terra Santa, in Siria, in Asia Minore, a Roma e si diffuse in diverse traduzioni lungo le sponde del Mediterraneo. I più antichi manoscritti giunti fino a noi si trovano nei musei, nelle grandi biblioteche o negli antichi monasteri, non in quella che fu la terra di Gesù. Non era quindi scontato che uno studioso di ‘Critica del testo’, così si chiama la specialità cui si dedicò, si legasse tanto a quella regione. Ma, oltre il testo, la Bibbia non si può separare dalla terra in cui è nata la gente che l’ha vissuta e scritta, di cui parla tanto in quello che chiamiamo Antico Testamento e che il Nuovo assume a paradigma della speranza in un mondo oltre quello che vedono i nostri occhi. Senz’altro anche gli avvenimenti della storia più recente, lo sterminio del popolo ebraico e la fondazione dello Stato d’Israele, hanno segnato la coscienza del giovane studioso, ma, com’egli amava dire, Gerusalemme era per lui ‘un archetipo della coscienza’, la città che sta all’inizio e alla fine dell’immaginario biblico: annunciata nel paradiso terrestre, drammaticamente realizzata e mille volte distrutta nelle sue pietre, figura della Città che tutti accoglierà e che oggi egli può contemplare".

Per un biblista, qual è il significato di quei luoghi?
"La Bibbia è anche storia di popolo e un popolo si forma in un angolo del pianeta. In quel popolo e in quell’angolo di terra, per i cristiani, la Parola si è fatta carne, cioè occhi che guardano, piedi che calcano, mani che toccano, narici che sentono quando arriva la Primavera. Se la parola, trasmessa dai testi, è Parola viva, lo fu, innanzitutto, in quel lembo di terra: in Galilea, ai bordi del lago, a Gerusalemme, fra le pietre del deserto di Giuda. Inoltre, pur se Martini non fu un archeologo, suppongo che anche a lui le rovine che affiorano da quella terra raccontassero a modo loro la storia che la Bibbia racconta sulla carta".

Lì il card. Martini fece ritorno nel 2002: perché questo forte desiderio di quella che chiamava "la mia terra"?
"Appena arrivato a Gerusalemme, venne alla scuola dei domenicani, l’École biblique, a chiedere che gli fosse assegnato un tavolo nella nostra biblioteca. Si era fatto affidare dalla Biblioteca Vaticana, mi par di ricordare, lo studio e la pubblicazione di un paio di manoscritti inediti. Lo accogliemmo con gioia e a me capitò qualche volta di sentirne la presenza tacita e paziente alle spalle, mentre attendeva che avessi terminato di cercare nel catalogo della biblioteca ciò che mi serviva, per sedersi lui al computer e compiere la sua ricerca. Non so se pensasse davvero di potersi dedicare completamente agli studi abbandonati per assumere l’episcopato, sapeva bene di dover spesso tornare in Italia per le Congregazioni vaticane e per i tanti vincoli che ancora lo legavano a Milano: ma più che i risultati della ricerca, fu bello vedere quanto desiderasse tornare all’umile, assiduo, talvolta noioso, lavoro dello studioso. Chi conosce il pungolo della curiositas sa quanto quel desiderio fosse sincero. A Gerusalemme andò ad abitare nella casa che i gesuiti avevano costruito nel XIX secolo e della quale egli stesso s’era occupato come responsabile del Pontificio istituto biblico di Roma. Fu anche grazie a lui che gli studenti di quell’Istituto, provenienti da tante parti del mondo e spesso ignari dell’ambiente in cui nacque la Bibbia, possono trascorrere lunghi periodi a Gerusalemme, frequentando corsi all’Università ebraica e all’École biblique".

Dal 2002 al 2008 furono anni di studio e preghiera per la pace. Da più parti Martini viene ricordato oggi quale uomo di dialogo. Come si poneva di fronte al conflitto israelo-palestinese, e come era visto dalle due parti?
"Quando venne a Gerusalemme, inutile nasconderlo, fu accolto con una certa apprensione. Si sapeva quanta simpatia lo legasse al mondo ebraico, per sensibilità personale, per ragioni storiche e culturali. D’altro canto, non poteva ignorare che i cristiani di Terra Santa, palestinesi in grande maggioranza, erano stati duramente colpiti dalla repressione israeliana dell’intifada scoppiata nel 2000. Ci raccontò, candidamente quanto lo può un gesuita, che gli era stato raccomandato da un amico il silenzio. Si attenne a questo consiglio, anche per rispetto delle autorità ecclesiastiche del luogo. Raccontava che fra i primi libri della Bibbia che lo avevano affascinato c’era il Libro di Giobbe: al grido del giusto che soffre chiedendone il perché all’unico che può rispondere, al Dio che proprio allora sembra nascondersi, Carlo Maria Martini è tornato in questi ultimi tempi di sofferenza. Nel suo penso abbia racchiuso anche il dolore antico e stanco che ancora sporca la Terra in cui la Parola si è scritta nella carne".