LA CAMPAGNA "UNO DI NOI"

Riconoscere i deboli” “è il marchio di società

Il filosofo della politica Antonio Maria Baggio esplora i significati sociali e istituzionali derivanti dal riconoscimento dell’embrione e della sua dignità di essere umano: “È la nuova cifra di paragone su come è la società che ci siamo dati e su quanto lo Stato si impegna a proteggere me, quale cittadino, sin da quando inizio il mio percorso di essere umano”

"Salvare la vita di ciascuno è il motivo più forte, il riconoscimento universale del senso di una società. E io aderisco a questa società politica perché ha salvato la mia vita, perché salva quella di tutti". Così il filosofo della politica Antonio Maria Baggio, docente all’Istituto Universitario "Sophia" di Loppiano, animato dal movimento dei Focolari, riflette sul riconoscimento dell’embrione come valore, che si scontra con visioni che si basano su rapporti di forza e di scambio.

"Uno di noi" è uno slogan sintetico e tagliente: quell’entità che chiamiamo embrione chiede di essere riconosciuto come un "piccolo uomo". Cosa impedisce che a livello sociale si arrivi al riconoscimento di questo valore?
"Nella nostra società ci sono visioni non abituate a riconoscere ciò che è piccolo e a cui dare valore, ciò che è debole e che va difeso. Questa potrebbe essere una delle spiegazioni che ci dicono perché l’embrione non viene riconosciuto come un soggetto umano nella sua prima fase di sviluppo. Tali concezioni orientano sempre di più verso una società che ragiona in termini di rapporti di forza e di rapporti di scambio. Il mancato riconoscimento dell’embrione pone la domanda su che tipo di società abbiamo costruito, se essa ci va bene e se non sia il caso di modificare la cultura di riferimento. Infatti, una cultura che non è in grado di riconoscere i deboli, e l’embrione ne è l’esempio più evidente, può assumere dei tratti non umani: ciascuno di noi potrebbe venirsi a trovare in condizione di debolezza e non trovare riconoscimento e protezione".

Tra le concezioni della filosofia politica correnti ci sono spazi di lavoro culturale, e a che livello, perché si giunga anche tra gli intellettuali a pronunciamenti in favore di "Uno di noi"?
"Una filosofia politica normalmente è un pensiero che dà i fondamenti e le ragioni ultime per le quali si costruisce una società umana. A partire dall’epoca moderna si sono affermate le idee contrattualistiche e la società non è più stata vista come una eredità da accettare passivamente. Invece bisogna decidere di ‘essere’ società, cioè di mettersi insieme per una tutela reciproca. Salvare la vita di ciascuno è il motivo più forte, il riconoscimento universale del senso di una società, da cui discendono i valori e il riconoscimento della dignità umana. Se saltiamo questi fondamenti diventa indispensabile riproporsi la domanda su chi sia il soggetto politico, su chi si riconosca come cittadino. L’embrione diventa così la nuova cifra di paragone su come è la società che ci siamo dati e su quanto lo Stato si impegna a proteggere me, quale cittadino, sin da quando inizio il mio percorso di essere umano. Una volta diventato adulto io decido se essere costruttivo o parassita o negatore dei valori sociali, riflettendo su come questo Stato, quando non ero in condizione di parlare e di difendermi mi ha difeso e permesso di crescere. Quindi, io aderisco a questa società politica perché ha salvato la mia vita, perché salva quella di tutti".

Come valuta il contesto europeo dal punto di vista delle culture politiche presenti, in particolare rispetto dalla dottrina sociale cattolica e ai suoi insegnamenti circa la bioetica?
"Abbiamo assistito negli ultimi decenni al progressivo venir meno del pensiero cristiano nel senso del suo influsso pubblico, non solo in termini confessionali. C’è stata un’erosione dei contenuti che il cristianesimo ha dato alla cultura giuridica e politica, a partire dal concetto di persona. Fino a pochi decenni fa la società di tipo tradizionale, a forte ispirazione cristiana, proponeva una precisa considerazione della persona, in quanto profondamente immersa nella comunità. Con l’epoca delle ribellioni e delle richieste di emancipazione, questo equilibrio si è rotto. Oltre al campo politico si può osservare cosa ha comportato questa trasformazione per quanto riguarda il cosiddetto femminismo con tutti i valori connessi al ruolo della donna".

La vita umana sembra essere diventata il nuovo terreno di scontro tra culture?
"In effetti dai dibattiti del femminismo al riconoscimento dell’aborto come diritto abbiamo assistito all’avvio di un cambio epocale, in cui bisognerebbe imparare a riconoscere gli altri nella libertà, non più per un principio di autorità ma di comune fratellanza. C’è chi ha teorizzato che nella nostra civiltà il non-rispetto dell’embrione sia equivalente a una forma di omicidio di massa, un fatto paradossale perché avviene in quella cultura europea che avrebbe la vocazione al rispetto del singolo. Questa cultura è quindi entrata in una fase di scontro e di crisi rispetto all’annuncio cristiano, che ha il suo centro proprio nell’Incarnazione in un uomo singolo. Tale annuncio, evidentemente, deve essere assimilato in maniera equilibrata, deve ancora portare i suoi frutti più maturi".

In questa luce, la difesa della dignità dell’embrione compete solo ai credenti, oppure può essere un convincimento condiviso anche da portatori di altre visioni etiche?
"Chiunque riconosce l’uomo come valore dovrebbe essere portato alla difesa dell’embrione, che è un essere umano che si sta formando. Quando in Italia si cominciò a dibattere sull’aborto, ci furono autorevoli personalità della sinistra che si schierarono contro, spesso in opposizione al partito di riferimento. In particolare, uno che mantenne una posizione chiara e autonoma fu Norberto Bobbio. In un’intervista diceva: ‘Perché dovremmo lasciare ai credenti l’onore di difendere il grande comandamento Non uccidere?’. Evidenziava, così, i motivi etici prima che religiosi alla base della società politica. C’è ancora molto da fare per una giusta considerazione del valore della vita umana".