PARLANO GLI HOMELESS

Vita da strada. A Bruxelles

Un rifugio di fortuna, sinora tollerato dalle autorità della capitale, è posto all’uscita della metropolitana di Maalbeek, lungo la trafficatissima rue de la Loi, dove ha sede la Commissione europea. Racconti di ordinaria precarietà, pesantemente aggravati dalla crisi

Cinque materassi, due sedie rotte, un segnalatore stradale bianco e arancione, una montagna di coperte, varie bottiglie di plastica e di vetro sparpagliate per terra, una valigia rotta. È l’intero arredamento del "rifugio" contro il freddo che da mesi caratterizza un angolo di Bruxelles nel pieno del quartiere europeo, a due passi dalla sede del Consiglio e della Commissione Ue. La crisi, con i suoi pesanti effetti occupazionali e sociali, bussa anche così alle porte delle istituzioni comunitarie.

Nel cuore dell’Europa. Il rifugio di fortuna, sinora tollerato dalle autorità della capitale belga, è posto all’uscita della metropolitana di Maalbeek, lungo la trafficatissima rue de la Loi, dove ha sede la Commissione europea, in mezzo a decine di edifici che ospitano vari uffici dell’Ue, direzioni generali dell’Esecutivo, uffici di corrispondenza dei giornali, sedi di lobbisti. Abbondano ristoranti e caffè, poco oltre un hotel nuovissimo. Più in su, verso il rond-point Robert Schuman, è in costruzione il nuovo e immaginifico edificio che in futuro ospiterà i summit dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea. "Lo so che questa è una via importante per Bruxelles e per la politica del continente. Ma non ho altro posto dove ripararmi. Quindi per ora resto qui. Se arriverà il bel tempo allora forse mi sposterò con i miei amici". Thomas è tedesco. Il cognome dice di averlo perso per strada. Parla indistintamente tre lingue; in passato è stato impiegato in un’azienda meccanica che ha chiuso i battenti quasi all’inizio della crisi. "Mi sono trovato senza lavoro da un giorno all’altro – spiega al Sir, pur nascondendo un certo imbarazzo -. Da quel momento tutto è crollato. Ho perso affetti, famiglia, amici. Poi credo di aver perso la testa. Ho preso un treno e ho cominciato a girare per l’Europa. All’inizio dello scorso inverno sono capitato da queste parti. Ho trovato qualche sostegno solo da persone sfortunate come me, tutti uomini, alcuni homeless da anni, altri in mezzo a una strada da poco tempo".

Senza casa, senza padroni. Thomas chiacchiera senza nemmeno alzarsi dal materasso, riparato da un sacco a pelo, da alcune coperte e da un cartone. Racconta le sue avventure, tutte tristi, ma sembra non incolpare nessuno di quanto gli è accaduto. "Tutto è successo senza che quasi me ne accorgessi. Prima perdi il lavoro, e con esso la fiducia in te stesso e la stima delle persone che hai attorno. Senza stipendio non riesci a mantenere moglie e figli. La rabbia mi ha incattivito. Me ne sono andato dalla Germania sbattendo la porta". Thomas sembra sapere che la Germania è stata il Paese che, rimboccate nuovamente le maniche, ha contrastato meglio di altri Stati europei la disoccupazione, e ora mostra un mercato del lavoro in ripresa e un’economia che torna a essere solida. "No, non ci torno in Germania, non torno a casa – afferma -. Avrei troppa vergogna". Poco più in là spunta da alcuni stracci neri di sporco un altro senzatetto. Ha seguito la conversazione. Chiede: "Sei un giornalista? Allora cosa ci fai qui? Vai più avanti, alla Commissione oppure al Parlamento europeo. Le notizie le trovi là". La parlata è francese, ma il discorso non è lucido: forse le innumerevoli lattine vuote di birra Jupiler che ha attorno stanno facendo il loro effetto. "Mia madre era vallona, mio padre francese. Sono cresciuto in Belgio", afferma François, forse sui 50 anni, di almeno 15 più vecchio del suo "vicino" di posto. "Io sono un clochard da sempre. Ho lasciato la vita e la famiglia nel passato. Non ho più cercato lavoro. Non ho padroni".

"Qualcosa cambierà?". Un terzo uomo arriva con un grosso sacco di plastica nera. Si ferma a due passi e inizia a svuotarlo: carte, una maglia, del pane evidentemente raffermo, due bottiglie di birra, un giornale free press. S’informa sull’interlocutore dei suoi compagni. "Qui non sosta mai nessuno. Solo qualche donna che dice di venire dalla chiesa. Ma non so quale chiesa. Poi abbiamo degli aiuti da un servizio del Comune. La gente passa, vestita elegante, e arriva fin là, vede? Entrano negli uffici della Commissione". Il terzo interlocutore non intende presentarsi, ma spiega di essere stato un operaio nel Nord del Belgio. Riprende: "A volte sfrecciano a tutta velocità auto nere o blu scortate dalla polizia, con le sirene spiegate. Ho chiesto e mi hanno spiegato che erano arrivati i capi di Stato per prendere delle decisioni europee contro la crisi". Poi cambia discorso: "Qui con noi c’è anche un polacco, o slovacco, non ho ben capito. È un disgraziato che è rimasto disoccupato. Fa strani discorsi…". Thomas lo interrompe: "La crisi, la crisi… Ne sento parlare da anni. Ma è mai possibile che duri così a lungo? Quanta gente ha perso il posto di lavoro?". Sarebbero una decina di milioni di persone in soli cinque anni, portando il totale dei disoccupati europei a 26 milioni; ma Thomas non attende la risposta: "Non so se crederci ancora – aggiunge, prima di infilarsi di nuovo nel sacco a pelo -, non so se devo sperare che qualcosa cambi. Almeno non per me".