LA SINDONE IN MONDOVISIONE

Una voce perenne

Il telo che porta i segni della barbarie, nella sua nuda semplicità priva di arte, parla di un’altra arte, di un’altra Bellezza quella che magnetizza, interpella e sconvolge e ”comunica una grande pace, sovrana maestà”. Raccoglie in sé, nell’icona che scende verso di noi, tutto il dolore e la sofferenza che attraversano la storia” “

Icona indica un’immagine, creata da mano di persona umana ma diretto dono di Dio che viene a noi, ci abbraccia e ci racchiude senza margini, perché si apre all’Infinito. Benedetto XVI ha definito la Sindone icona, perché ci trasporta nel mondo dei simboli, mondo reale e non di immaginazione fantastica.
In fin dei conti è un telo di poco più di 4 metri per poco più di uno. Ma è solo un telo?
La parola definitiva sia lasciata agli specialisti, agli scienziati.
A noi, credenti, che cosa viene richiesto? Che cosa ci viene offerto?
Una contemplazione, scevra da discussioni, prevenzioni, interrogativi, ricca di silenzio e di solitudine, non ripiegati su se stessi per covarci ma per slanciarci. Dove?
In quel giorno che la Liturgia chiama Sabato Santo. Giorno terrificante di morte, di sepolcro. Intriso della solitudine che, ormai dal punto di vista di chi resta, crea una barriera invalicabile e perenne: chi è morto non torna più, non parla, non lega rapporti con noi, quelli rimasti (ma che poi andremo e non ritorneremo).
Un silenzio di sepoltura, di finitudine, che non si lascia scalfire.
Il Sabato però è detto Santo. Perché?
Perché gravido di un assoluto che ha rotto il silenzio e gli ha dato voce perenne, voce eterna. Gravido di una promessa che ha vinto e frantumato le barriere.
La nostra storia così acquista una dimensione diversa.
Legare quindi la Sindone al Sabato Santo, vuol dire mostrare, cioè ostendere, la Persona che non è un torturato, un morto seviziato qualsiasi (ma non sarebbe affare di poco conto), è il Messia, il Salvatore, l’Uomo-Dio.
Il telo che porta i segni della barbarie, nella sua nuda semplicità priva di arte, parla di un’altra arte, di un’altra Bellezza quella che magnetizza, interpella e sconvolge e "comunica una grande pace, sovrana maestà".
Raccoglie in sé, nell’icona che scende verso di noi, tutto il dolore e la sofferenza che attraversano la storia, in tutti i secoli passati e in tutti quelli a venire.
Nell’ora del silenzio, il Volto glorioso che in un qualche modo storicizza il testo di Isaia "disprezzato e reietto dagli uomini", ci palesa l’Amore con cui siamo stati amati e i suoi occhi chiusi racchiudono tutto il dolore dell’umanità nel Volto di Dio che si fa icona di un dolore universale.
Nella trasmissione televisiva in mondo visione, non un documentario ma momento di rottura, momento di sosta per ricevere dall’Uomo della Sindone un sigillo che si posi sulla nostra esistenza, perché il nostro "non è osservare, ma venerare, un lasciarsi guardare. Il volto di un defunto che misteriosamente ci parla", come ha detto il nostro Pastore Francesco con uno "sguardo che cerca il nostro cuore".
Non sono presenti personaggi celebri ma gli autentici artefici e tessitori della storia umana: i malati, i sofferenti, bambini, giovani, adulti, che passando davanti a Lui, sono messi nella condizione di leggere la loro vita, colpita, lesa e dolente, non partendo da sé e quindi ingarbugliandosi in una matassa inestricabile di "perché", ma slanciandosi nel dono grande ricevuto dell’esperienza della sua misericordia di poter prendere parte alla Sua Passione, a quel mistero dell’Uomo-Dio che si lascia flagellare, trafiggere e finire, non perché l’abbiano preso e catturato ma perché Egli stesso si è consegnato per amore.
Dal silenzio della tomba, il cui masso chiude l’ingresso e rinchiude l’annuncio profetico ed evangelico in nulla dichiarato – infatti Egli, il Cristo, è miserevolmente finito – scaturisce una mancanza di suoni umani, una carenza assoluta di gesti che esprimono il solenne avvolgere della morte, il rimanere di un cadavere senza vita.
Ci si può arrestare qui. Alla soglia del Sepolcro. Se si riesce però a percepirne un qualche cosa di diverso, ecco allora scaturire "l’energia contenuta ma potente" della Sindone che è speranza, perché Egli, il torturato e messo a morte, è Risorto, allora la nostra vita sofferente è accolta in un circolo di vita splendente.
Il lenzuolo avvolgeva i corpi degli ebrei e diventava una sorta di bozzolo che attendeva il segnale finale del ritorno del Messia per ritornare a vita eterna.
Perché il Messia, Gesù Cristo, ci ha lasciato come segno quest’icona?
Perché fosse, indelebile com’è, orma del suo passaggio nella vita e nella morte, orma che denuncia la brutalità del potere e che sconfigge, nell’attesa priva di suoni e di comunicazione, il silenzio del cadavere per trasfigurarlo nel Silenzio di una giornata, il Sabato Santo, che raccoglie tutto il mistero della salvezza nel Salvatore, sofferente morto per noi, che "oltrepassando la stessa morte ci dice: Abbi fiducia, non perdere la speranza". Con la preghiera di S. Francesco "Altissimo glorioso Dio illumina le tenebre del cuore mio".
Quel telo, quella Sindone, non è materia di fede, ma propone una testimonianza di fede, quella di Colui che si è consegnato e abbandonato, per fede, al volere del Padre per trapassare i secoli con un’ondata di speranza: "La forza del Risorto vince tutto".