VIA CRUCIS LAICA

La nostra Spoon River

Spesso non ci si fa neanche più caso, tanto quelle stele allestite a bordo carreggiata sono divenute parte del paesaggio. Mille e mille anni dopo, per noi cristiani, il memento mori si fonde con la speranza della Resurrezione

C’è una Via Crucis laica, quotidiana, le cui stazioni percorriamo ogni giorno andando al lavoro, a scuola, in viaggio, rivolgendo ogni tanto un pensiero, una preghiera. Sono strane cappelle votive, riconoscibili da segni inconfondibili che marcano non la devozione, ma il ricordo. Sono le lapidi improvvisate dei tanti, troppi ragazzi che perdono la vita in un incidente stradale e che mani pietose di genitori, amici, fidanzate, ravvivano con affetto e dolore. Molti i mazzi di fiori, a volte freschi, più spesso finti; molti i gagliardetti e le sciarpe della squadra del cuore; molte le fotografie sorridenti; molte le scritte struggenti.
Spesso non ci si fa neanche più caso, tanto quelle stele allestite a bordo carreggiata sono divenute parte del paesaggio. Eppure, in un certo senso, sono la nostra Spoon River, in cui ogni curva, ogni muretto rabberciato, racchiudono una storia spezzata, raccontano di una mater dolorosa che piange un figlio che non ritornerà. Giovani, giovanissimi, come i soldati della Grande Guerra, eroi sfortunati di un conflitto senza fine e senza motivo, ci guardano dalle minuscole edicole funerarie.
Sulla strada che percorro hanno campeggiato per molto tempo, a poche centinaia di metri di distanza l’uno dall’altro, due grandi striscioni: "Ciao Cesare", "Ciao Lucio". L’uno sulla ringhiera a fianco della strada, l’altro sulla cancellata del liceo. Mattina dopo mattina, era impossibile, anche involontariamente, non unirsi al saluto accorato degli amici, dei compagni di scuola. Cesare, in particolare, mi ha sorriso a lungo da via Garibaldi. Sfrontato, scanzonato, con il cappellino della Roma e la foto della Curva Sud, mi aspettava al varco per interrogarmi con gli occhi luminosi: quale problema che ti pare insormontabile devi affrontare oggi? E nella mente affiorano, da soli, i versi mandati a memoria quando si era così giovani da pensare di vivere da immortali: "Vorrei da bracciante servire un altro uomo, un uomo senza podere che non ha molta roba, piuttosto che dominare tra tutti i morti defunti". Mille e mille anni dopo, Achille continua ad ammonirci, novelli e inconsapevoli Ulisse: state in guardia da un destino che non perdona. Mille e mille anni dopo, per noi cristiani, il memento mori si fonde con la speranza della Resurrezione.