FORUM SOCIALE MONDIALE
Imen Ben Mohamed, 28 anni, è nata a Tunisi ma ha vissuto e studiato tredici anni in Italia. Ora è deputata alla Costituente e rappresenta insieme ad altre 63 donne, il pensiero femminile: ”Non si può tornare indietro sui diritti”
È donna, giovane e sorridente e porta il velo con grazia. Sta vivendo un’avventura politica straordinaria come deputata nell’Assemblea costituente che sta redigendo la nuova Costituzione per il futuro democratico della Tunisia. Imen Ben Mohamed, 28 anni, è nata a Tunisi ma ha vissuto tredici anni in Italia, formandosi nelle università statali romane. E’ stata eletta nel collegio estero per il partito di ispirazione islamica EnnaHda (la formazione di centro che ha la maggioranza, con 89 seggi), ed è una dei 217 membri della Costituente, di cui 63 donne. "Stiamo cercando di formare un gruppo di parlamentari donne per discutere sui ciò che abbiamo in comune, al di là delle appartenenze e ideologie", precisa. Ci accoglie con semplicità ed entusiasmo nella sede del Parlamento tunisino, mostrandoci poche stanze sontuose di specchi, vetri colorati e arabeschi. Ci invita a sedere su comodi divanetti usati da tutti i deputati. "Non abbiamo né gli uffici personali, né gli stipendi dei deputati italiani", scherza. Da un anno l’Assemblea sta lavorando ad una bozza di Costituzione, composta finora da 143 articoli, ma potrebbero aggiungersene altri. L’8 luglio è prevista la prima lettura, dovrà passare con la maggioranza dei 2/3 dell’Assemblea. Altrimenti si vota dopo un mese oppure si va al referendum. Le elezioni politiche sono previste da ottobre a dicembre. Stasera Imen Ben Mohamed incontrerà i venti delegati di Caritas italiana presenti al Forum sociale mondiale di Tunisi. L’abbiamo intervistata.
A che punto è l’elaborazione della Costituzione tunisina?
"L’esperienza tunisina è unica perché la Costituzione non è stata scritta dai parlamentari. Sono arrivati 40 progetti da partiti e società civile, abbiamo sentito esperti di diritto costituzionale, studiato modelli costituzionali di altri Paesi, consultato le comunità, dialogando con la gente in tutte le regioni della Tunisia e all’estero. I cittadini criticano e fanno proposte. Ora ne stiamo discutendo nelle Commissioni. È stato un vero laboratorio di partecipazione democratica".
Su quale forma di governo vi state orientando?
"Non riusciamo ancora a trovare un consenso. Ci stiamo orientando più verso una forma di governo mista, con il presidente eletto dal popolo e il capo del governo scelto dal Parlamento, una solo camera con pochi deputati".
Qual è oggi la condizione della donna dopo la rivoluzione? Ci sono speranze ma anche timori di una regressione nei diritti…
"È normale che ci siano dei timori ma è anche positivo per continuare a lottare per tutelare i diritti delle donne. Sono molto ottimista perché se il 29% delle parlamentari sono donne è un buon segno. Non si può tornare indietro sui diritti. Abbiamo la volontà di andare avanti e assicurare i nostri diritti, rispettando i diversi punti di vista".
Al Forum sociale molte tunisine hanno lamentato meno libertà e più molestie. Cosa pensa del caso di Amina, l’attivista di Femen di cui non si hanno più notizie dopo aver pubblicato una foto in topless su Facebook?
"Personalmente non ho mai sentito di episodi violenti contro donne che si vestono troppo all’occidentale. La famiglia di Amina non ha preso bene il suo gesto, perché queste manifestazioni sono estranee alla nostra cultura. La società rifiuta questo modo di protestare. Comunque dicono che stia bene. Ho invece sentito che all’università sono state picchiate ragazze che volevano entrare con il niqab. Questo è sbagliato".
Oggi a Tunisi si vedono anche molte donne con il niqab, il velo integrale. C’è un bisogno di identità religiosa, ma come coniugarla con i diritti?
"Negli anni ’90 non si vedeva il velo in Tunisia perché era vietato. Le donne non potevano partorire in ospedale con il velo, alcune venivano torturate. L’oppressione contro questo modo di praticare la religione ha fatto nascere, dopo la rivoluzione, l’estremo opposto. Alcune persone sono diventate un po’ estremiste, magari seguendo correnti e influssi dall’estero. Bisogna far capire loro qual è l’islam che vogliamo, a partire dalla nostra cultura e realtà tunisina".
Le donne tunisine sono davvero libere di scegliere se portare o meno il velo?
"Rispetto chi mette il niqab o il velo per volontà personale. Se si è obbligati dal padre allora è sbagliato. Contro questo dobbiamo lottare. Se fossero obbligate allora dovrebbero denunciarlo".
Come vengono garantiti i diritti della donna nella Costituzione? E delle minoranze?
"Abbiamo alcune presidenti di Commissione. Quella sui diritti e le libertà ha come presidente una donna che ha sempre lottato, anche nel periodo di Ben Ali, per i diritti dei tunisini e delle donne. Ci sono articoli che parlano dei diritti della donna in modo chiaro, altri che parlano dei cittadini in generale. Siamo cresciuti con ebrei, cristiani, atei, nella nostra coscienza non ci sono differenze".
Però ci sono questioni delicate come il diritto all’eredità: spesso le donne non possono accedervi…
"Nella Costituzione non si parlerà dell’eredità, se ci sarà la volontà di cambiare questo aspetto sarà fatto dopo, intervenendo sul diritto di famiglia. Ci sono tantissimi casi, in genere si segue la sharia islamica. A seconda del caso alcune donne ereditano più dell’uomo, altre viceversa o in egual misura. Noi, come partito di ispirazione islamica, vogliamo lasciare che l’eredità sia regolata secondo tradizione. Per noi non è una discriminazione. Se poi il popolo, tramite un referendum, chiede di cambiare le regole, siamo disponibili".
Molti giovani pensano che la rivoluzione sia ancora incompiuta. La transizione democratica è più lunga e difficile di quanto si pensava?
"I giovani che hanno fatto la rivoluzione avevano delle richieste. Finché non saranno realizzate per loro la rivoluzione non è compiuta. Ci vuole un po’ di tempo ma è giusto che continuino a fare pressione, per raddrizzare la linea del Parlamento. Se paragoniamo la Tunisia ad altri Stati che hanno avuto una rivoluzione forse la nostra transizione ha il ritmo più veloce. Anche rispetto a Egitto e Libia. Siamo in un processo e non sappiamo ancora se riuscirà. Però siamo tutti ottimisti e stiamo cercando di mettere le basi per costruire uno Stato democratico che garantisca i diritti di tutti".
Con l’omicidio di Chokri Belaid, però, la tensione è salita. Sono stati arrestati tre salafiti. Sono un pericolo reale?
"L’omicidio è stato uno choc per tutti i tunisini, nessuno se l’aspettava. Non avevamo mai subito questo tipo di violenze. Ci siamo svegliati in un incubo. Sì, alcuni gruppi di salafiti ci preoccupano, anche se sono pochi. Ma non credo abbiano molto consenso, perché i tunisini sono un popolo pacifico e condannano questo tipo di estremismi. Il governo sta cercando di andare avanti con le indagini e di isolarli".