QUI BUENOS AIRES/6
Padre Gustavo Carrara, parroco di una villa miseria, lo spiega così: “Ci diceva sempre di accompagnare la vita così come si presentava, senza mettere filtri, senza giudicare, senza porre ostacoli. Di accogliere la persona così come è, senza pretendere di farla diventare come dovrebbe essere. Di adattare il programma alla realtà e non la realtà al programma”
Mentre il taxi attraversa la Avenida de Cruz il tom tom avverte con voce metallica che la zona che si sta attraversando è "peligrosa". Si trova nella zona sud di Buenos Aires e l’appuntamento con padre Hernan è alla stazione della Esso. Ha 30 anni ed è uno dei tre sacerdoti che vivono nella villa miseria indicata sulle mappe con i numeri: 1-11-14. Padre Hernan è uno dei 22 sacerdoti "villeros" che l’arcivescovo Bergoglio ha mandato qui nelle periferie della città a vivere poveri tra i poveri. Il tassista aveva avvertito: "Se girate con un sacerdote, nessuno vi tocca". La villa miseria dove Hernan vive con i suoi fratelli sacerdoti, conta 50mila abitanti. Sembra una città colpita dal terremoto. Le case che si affacciano sulla strada sterrata sono costruite in pietra ma sono cadenti. E lo sono non perché colpite da una scossa ma da una povertà altrettanto distruttiva.
Padre Gustavo Carrara è dal 2009 il parroco della parrocchia "Santa Maria Madre del Pueblo". Il suo "ufficio" è una stanzetta rimediata, povera e grigia dove riceve persone, telefonate. Un via vai continuo. "Mi dispiace – dice – ma oggi non c’è elettricità". In effetti qui l’estate manca l’acqua e con l’inverno l’elettricità va e viene. Se tutto intorno è povero, la macchina messa in atto dalla Chiesa di Buenos Aires per venire incontro alla popolazione delle villas miserias è sorprendente. Nei capannoni che circondano questa parrocchia, s’intravedono dormitori dove adolescenti e non, in condizioni di precarietà, possono trascorrere la notte. Ci sono corsi e laboratori. Asili e scuole. Attività sportive. Cappelle distribuite su tutto il territorio del quartiere. Volontari che aiutano per il disguido delle pratiche e dei documenti. C’è addirittura una radio comunitaria (FM Bajo Flores) che trasmette musica e programmi informativi ma soprattutto fa da collettore sociale di comunità. "El Diario de la Virgen" – il giornale della comunità – riporta a tutta pagina sul numero di marzo le parole di Papa Francisco: "Queria una Iglesia pobre para los pobres". E la Chiesa qui non è una presenza vistosa, si confonde perché abitata dai suoi stessi abitanti. Tutto qui è frutto di un’intuizione. Quella dell’arcivescovo Bergoglio che ha dato un’impronta molto chiara alla Chiesa di questa città. Ne parliamo con padre Gustavo Carrara.
Chi sono gli abitanti della villa miseria?
"Nella villa miseria vivono persone che provengono da diversi Paesi dell’America Latina: Bolivia, Paraguay, Perù, Cile e da altre città dell’Argentina. È un quartiere giovane dove vivono tantissimi bambini e adolescenti. Il 44% degli abitanti ha un’età minore di 17 anni. La nostra azione pastorale quindi è dedicata soprattutto a loro, anche se non esclusivamente perché accogliendo loro, si accolgono anche le loro famiglie. Qui nella parrocchia abbiamo un asilo dove le mamme possono lasciare i loro figli per andare a lavorare. C’è una scuola professionale dove si formano giovani ma anche adulti alla meccanica, carpenteria, elettronica e falegnameria, dando così una possibilità di accesso al lavoro. È nato anche un club atletico ‘Madre del pueblo’ al quale fanno riferimento circa 700 giovani e dove si organizzano partite di calcio per i ragazzi, hockey per le ragazze, pallavolo e nuoto".
Qual è il vostro principale obiettivo?
"La prevenzione. Cercare, cioè, di fare in modo che attraverso un’azione di accompagnamento i ragazzi non si trovino in situazioni di difficoltà dalle quali poi è molto difficile uscire. Qui il problema maggiore è la dipendenza dal Paco, una droga molto diffusa che provoca danni serissimi. L’arcivescovo Bergoglio conosceva molto bene questa piaga particolarmente diffusa nelle villas miserias di Buenos Aires ed ha fatto nascere il progetto ‘Hogar de Christo’ per accompagnare queste persone. Si può dire che è stato lui l’ispiratore di un progetto di recupero e promozione che oggi è diffuso nelle villas miserias della città".
A cosa s’ispira il metodo sociale Bergoglio?
"Ci diceva sempre di accompagnare la vita così come si presentava, senza mettere filtri, senza giudicare, senza porre ostacoli. Di accogliere la persona così come è, senza pretendere di farla diventare come dovrebbe essere. Di adattare il programma alla realtà e non la realtà al programma. La nostra presenza qui vuole essere un cammino fatto tra questa gente, ma intrapreso corpo a corpo, uno ad uno: un cammino che non è uniforme per tutti, ma diverso per ciascuna persona. È un cammino di vita".
Che cosa è qui la speranza?
"Il progetto ‘Hogar de Christo’ apre la speranza mettendo in atto la mistica della famiglia. Non è un ospedale, non è un centro di recupero, non è una comunità terapeutica, non è un servizio sociale. È una grande famiglia che accoglie i suoi figli soprattutto quando non hanno famiglia, non sanno dove andare, hanno alle spalle un passato di violenza da cui fuggire, non hanno la possibilità di andare a scuola, crearsi un futuro. Credo che la speranza qui abbia piuttosto a che fare con i piccoli gesti di vicinanza alla persona".
Perché lei come sacerdote ha scelto e chiesto di venire qui?
"Veramente, mi ha mandato qui il cardinale Bergoglio. Mi ha chiesto se potevo venire in questa parrocchia e ho detto sì. E oggi faccio il parroco con passione. Non è un castigo. È la risposta a quello che ci propone il Vangelo. A Papa Francesco non piace una Chiesa che confonde la sua missione con la carriera ecclesiastica, il potere con il servizio. Per me stare in un posto come questo è un privilegio perché è stare tra i preferiti di Gesù come è scritto nel Vangelo di Matteo, ‘ero affamato e mi avete dato da mangiare, nudo e mi avete vestito’. È stare tra i dimenticati dagli uomini ma non dimenticati da Dio".
Come sarà il pontificato di Papa Bergoglio?
"Non so. Per voi forse sarà una novità. Per noi è il suo naturale modo di accompagnare la Chiesa. E oggi la Chiesa ha bisogno di gesti concreti, di testimoni, di figure che hanno spessore. Dobbiamo fare il contrario di quanto viene teorizzato dalle dottrine economiche e cioè rovesciare l’effetto cascata della distribuzione iniqua delle ricchezze dai ricchi verso i poveri e passare invece a quello che i poveri possono dare al mondo. Si tratta allora di guardare la vita dalla periferia, di cambiare la prospettiva. Non so se la società occidentale è pronta a questo cambiamento, ma so che ne ha profondamente bisogno".