CATTOLICI E MUSULMANI
Una significativa convergenza antropologica che non esclude, anzi prevede la possibilità di lenire il dolore con le cure palliative, nella fase terminale
Un tema controverso, dibattuto, fortemente sofferto. La fine della vita, la condizione dei pazienti terminali, l’eutanasia. Si tratta spesso di un momento dell’esistenza caratterizzata da forti sofferenze, dolore e angoscia: sentimenti provati non solo dai degenti, ma anche dai loro cari e dai medici che li accompagnano. Quale l’atteggiamento adottare? Quale terapia? Fino a dove spingersi? Di questo si parla oggi a Milano in un convegno promosso dall’Associazione Davide Soligo, dove sulla questione "eutanasia" prendono la parola esperti di bioetica cattolici e musulmani accompagnati dal professore Gianni Vattimo. Un argomento che è tornato d’attualità in Francia e in Belgio e che non ha cessato comunque di scuotere le coscienze anche in Italia. Maria Chiara Biagioni per il Sir ha raccolto le posizioni dell’etica cattolica e musulmana.
Non un’esigenza reale. "Quantitativamente – esordisce Michele Aramini, docente di bioetica all’Università cattolica di Milano – la richiesta di eutanasia è una richiesta assolutamente minima. Dai media, si ha invece l’impressione che la metà della popolazione ponga questa domanda. In realtà, le persone che sono effettivamente nella condizione della terminalità, non chiedono di morire ma chiedono di essere accompagnate con la terapia del dolore e di essere trattate bene". L’esperto ricorda a questo proposito uno studio condotto dall’Istituto dei Tumori di Milano secondo il quale in 25 anni su 40mila soggetti oncologi, le domande di eutanasia erano state circa 900. Trattati con le cure palliative, il numero di pazienti scendeva addirittura a 5. "Credo sia importante partire dalla realtà perché le persone possono avere paura della morte ma non chiedono l’eutanasia". L’eutanasia dunque secondo l’esperto "fa parte di quella categoria di nuovi diritti di cui si vorrebbe l’introduzione ma che non corrispondono a un’esigenza reale della popolazione".
La posizione cattolica. Francia, Belgio, Olanda, il dibattitto sull’eutanasia è sempre più acceso. In Belgio per esempio si discute per estenderla ai minori di 15 anni e ai malati di Alzheimer, in Francia, è il Consiglio etico dell’Ordine dei medici a spingere in questa direzione. "È cambiato il paradigma culturale", commenta Aramini, parlando del rischio che può correre il medico di fronte a condizioni di fragilità e vulnerabilità come nella malattia terminale per cui "non si ci trova più di fronte ad una persona ma di fronte ad un oggetto biologico". E aggiunge: "È civile un Paese non quando concede l’eutanasia e quindi si disinteressa del destino delle persone. Ma è civile un Paese quando risponde ai bisogni reali delle persone. In Italia c’è stato un grossissimo passo in avanti nelle cure palliative che stanno crescendo, purtroppo però a macchia di leopardo. La vera sfida è quella di rendere questo lavoro omogeneo su tutto il territorio". L’esperto conferma come nella dottrina cristiana "non c’è una ferrea concezione secondo la quale si debba vivere a tutti i costi un dolore insopportabile fino alla fine. C’è la giusta valutazione della situazione del malato e dei suoi desideri. Le terapie non devono diventare accanimento terapeutico: si possono sospendere se non necessarie mantenendo l’accompagnamento del paziente attraverso le cure palliative. Per cui c’è un rifiuto netto per l’accanimento ma anche per quei tentativi di scorciatoie che sono quelle della sospensione di alimentazione e idratazione se non in casi particolari".
La prospettiva musulmana. Anche secondo la prospettiva etica musulmana "non c’è accanimento terapeutico", spiega Ahmad ‘Abd Al Quddus Panetta esperto di bioetica della Comunità religiosa islamica Co.Re.Is. La posizione islamica è molto vicina a quella cattolica. "Nel momento in cui la domanda di eutanasia viene posta – spiega Panetta – l’uomo si fa carico del suo destino, diventa arbitro della vita e della morte. Ma questo è un atteggiamento individualistico nei confronti dell’esistenza. Occorre pertanto vigilare su cosa si nasconde dietro la richiesta. Il Corano poi a questo riguardo dice due cose. La prima è che a nessuno viene dato un peso maggiore di quello che non può sopportare. La seconda regola vieta al credente di chiedere a Dio la morte. Tutto questo però non impedisce ai medici di cercare di alleviare il dolore del malato terminale". Sì dunque alle cure palliative. Ma l’esperto aggiunge anche un altro particolare, strettamente collegato alla visione "religiosa" della morte: "l’Islam non può non dare peso alla coscienza dell’individuo, accompagnandolo nella sua fase terminale. E un eccesso di terapie può provocare confusione, annebbiamento della coscienza impedendo alla persona di vivere il momento del trapasso. È il momento culmine verso cui tutta una esistenza si prepara. È il momento in cui si raccolgono i frutti di una vita. Fino all’ultimo si è ancora responsabili e l’uomo non può abdicare a questa responsabilità. C’è dunque una imperscrutabilità nel momento del trapasso che a nessuno è dato di conoscere né tantomeno di disporre". Per questo, aggiunge Panetta, "noi religiosi non vorremmo essere costretti un giorno per legge ad accettare l’eutanasia". Su questo e altri fronti, musulmani e cattolici hanno molto in comune e possono intraprendere insieme importanti strade di dialogo sull’etica: perché – spiega l’esperto della Coreis – anche se "ogni Rivelazione ha il suo linguaggio" e pertanto le questioni teologiche sono diverse e le leggi rituali differiscono da religione a religione, l’uomo è sempre uomo e cioè "creato ad immagine di Dio" e in questa etica tutte le religioni della tradizione abramitica si riconoscono.