VENEZUELA

Ma Chavez non ha vinto

Non è riuscito a imporre il suo Paese come un modello per la regione. Oggi quel ruolo è giocato dal Brasile, che per otto anni è stato governato da Lula da Silva, un uomo di sinistra ben più concreto e meno demagogico del caudillo venezuelano

Con la scomparsa di Hugo Chavez se ne va l’ultimo, o forse sarebbe più corretto dire il più recente, caudillo sudamericano. Personaggio di grande carisma secondo milioni di venezuelani e anche per tanti sudamericani dei Paesi "fratelli", era invece agli occhi di gran parte del mondo un populista egocentrico e dalla linea politica anacronistica, allergico ai vincoli della democrazia e dai tratti caricaturali. Sono queste le due facce di Hugo Chavez e, come spesso succede, sono vere entrambe. Nei suoi quindici anni di permanenza al potere, il presidente venezuelano aveva progressivamente ridotto la libertà di stampa e posto sotto stretto controllo la televisione di Stato; aveva relegato il Parlamento a un ruolo secondario rispetto all’esecutivo, e anche il potere giudiziario non è sfuggito alle pressioni e all’egemonia del chavismo. Tuttavia, Chavez non ha mai del tutto chiuso l’esperienza democratica venezuelana. In parte perché probabilmente non era sua intenzione e in parte perché non ne ha mai avuto bisogno, dato che dal 1998 in poi è stato sempre rieletto, vincendo anche le ultime presidenziali di pochi mesi fa.
La sua roboante retorica antiamericana, antiborghese e socialisteggiante faceva presa su larghi strati della popolazione, principalmente sui poveri delle campagne e delle favelas venezuelane, a cui lui per primo si era rivolto direttamente e che vedevano in lui finalmente un leader che stesse dalla loro parte. In effetti, negli anni Chavez ha varato e ampiamente pubblicizzato alcune politiche importanti rivolte alle classi più disagiate, come i piani di alfabetizzazione e di sviluppo del sistema sanitario. In generale, le condizioni economiche del suo elettorato di riferimento sono leggermente migliorate, ma questo relativo miglioramento è stato ottenuto attraverso la creazione di un sistema paternalistico privo di equilibrio, a costo di una fuga generalizzata degli investimenti esteri e di uno sfruttamento miope delle ricchissime riserve petrolifere nazionali. Le politiche distributive di Chavez sono infatti state possibili grazie ai proventi derivanti dalle esportazioni di petrolio e soprattutto dall’alto prezzo che il greggio ha mantenuto durante buona parte della sua permanenza al potere. È però mancata una seria politica di sostegno alle imprese, così che il sistema produttivo nazionale si è indebolito e gran parte degli investitori stranieri sono fuggiti a causa delle nazionalizzazioni improvvise operate in ampi settori dell’economia. Per questo motivo, anche le stesse risorse petrolifere non sono state sfruttate come avrebbero potuto e nonostante il Venezuela possa contare su riserve immense, dal 1998 ad oggi la produzione si è ridotta.
Il petrolio è stato anche il perno di buona parte della politica estera di Chavez, che lo ha imposto all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, ma che pochi vantaggi concreti ha portato al Venezuela. Il petrolio venezuelano viene infatti concesso a prezzi calmierati a vari Paesi dell’America Latina come segno di solidarietà regionale; viene praticamente regalato a Cuba, che ha inviato in Venezuela 30mila medici e accolto Chavez presso le proprie strutture ospedaliere; viene copiosamente inviato verso la Cina, che ha concesso al Venezuela un prestito di quasi 50 miliardi di dollari per coprire i costi delle politiche chaviste. Tuttavia, nonostante gli onori tributatigli dopo la morte da tutti i presidenti dei Paesi latinoamericani, la politica estera velleitaria portata avanti da Chavez in funzione antiamericana non è riuscita a imporre il Venezuela come un modello per la regione. Oggi quel ruolo è giocato dal Brasile, che per otto anni è stato governato da Lula da Silva, un uomo di sinistra ben più concreto e meno demagogico del caudillo venezuelano che non ha rafforzato il Venezuela, anzi semmai lo ha isolato e indebolito. Senza contare che per contrastare l’impero americano il presidente venezuelano ha speso parole di elogio per Castro e Ahmadinejad, non esattamente due campioni della democrazia e dei diritti umani. E con loro ha stretto anche importanti accordi.
Oggi il Venezuela è forse un po’ meno diseguale di quattordici anni fa, ma il sistema economico è in crisi, la corruzione dilagante e la sicurezza nei maggiori centri urbani un miraggio. Prevedere il risultato delle elezioni presidenziali del prossimo mese è molto difficile poiché se l’opposizione è consistente, il fattore emozionale per la morte del leader potrebbe far stringere l’elettorato di Chavez intorno al delfino Maduro. Certo è che per il bene del Paese, la nuova presidenza dovrebbe cambiare gradualmente rotta. In questo frangente, gli Usa possono forse giocare un ruolo. La guerra fredda è finita, Washington non opera più in America Latina con la spregiudicatezza degli anni Settanta e anche l’amministrazione Bush è un ricordo. Gli Usa hanno certamente interesse a sviluppare buoni rapporti con un Paese vicino e ricco di petrolio, ma se vuole provare ad avvicinare davvero il Venezuela, l’amministrazione Obama deve porsi come un interlocutore credibile e capace di capire le ragioni del Sudamerica, che per i cugini nordamericani non è sempre facile.