LOTTA ALL'HIV
Il caso americano apre nuove prospettive. Il professor Cauda (Università Cattolica): ”La novità è rappresentata dalla precocità dell’intervento, entro le 30 ore dal momento della nascita, e forse dai dosaggi”
Dopo il cosiddetto "paziente di Berlino" che qualche anno fa guarì dall’Hiv grazie a un trapianto di cellule del midollo, lunedì è giunta la notizia di una bambina di due anni e mezzo che, nata nel 2010 da una mamma portatrice di Hiv, è stata sottoposta subito dopo la nascita per un anno e mezzo a una cura con un "cocktail" di farmaci che sembra abbiano debellato il male. L’annuncio è stato fatto a un congresso specialistico in corso ad Atlanta, negli Usa, dalla virologa della Johns Hopkins University di Baltimora, Deborah Persaud. Per comprendere la portata e le conseguenze di questa notizia, Luigi Crimella per il Sir ha intervistato il professor Roberto Cauda, direttore dell’Istituto clinica delle malattie infettive dell’Università Cattolica di Roma, nonché componente della Commissione nazionale sull’Aids del Ministero della salute.
Professore, come si può valutare questa notizia rimbalzata sui media di tutto il mondo?
"Anzitutto il consesso in cui è stata annunciata: si tratta dell’appuntamento che noi del settore conosciamo sinteticamente come Croi, da Conference Retrovirus Opportunistic Infections, in corso ad Atlanta, negli Usa. È uno dei congressi mondiali più autorevoli dove si radunano scienziati che fanno il punto sull’evoluzione delle conoscenze. Due anni fa, per citare l’altro caso clamoroso, venne presentato il famoso ‘paziente di Berlino’, primo a guarire dall’Hiv con trapianto di cellule del midollo che lo ha reso resistente al virus. In questo caso, invece, quello che si sa è che la bambina è stata trattata non con una terapia nuova, perché i tre farmaci citati sono in uso da molti anni. La novità è rappresentata dalla precocità dell’intervento, entro le 30 ore dal momento della nascita, e forse dai dosaggi che ancora non sono stati diffusi".
Quindi un evento che lascia ben sperare per il futuro?
"È chiaro che si tratta di un caso che merita particolare attenzione. Non dimentichiamo che il virus ha la capacità di mascherarsi e integrarsi nel sistema genetico, il che lo rende particolarmente difficile da eradicare. Siccome sono state fatte prove e ricerche e si è atteso del tempo prima di dare quest’annuncio alla comunità scientifica, mi pare che possiamo per il momento assumere il fatto che, anticipando le terapie, potremo ottenere dei risultati comunque molto interessanti".
Cosa la fa essere così moderatamente ottimista?
"Dalle informazioni finora conosciute e chiaramente in attesa di una ufficializzazione sul piano della letteratura scientifica, penso si possa ipotizzare che la bambina sia funzionalmente guarita: cioè che sia stata riscontrata una remissione del male a lungo termine, in assenza di trattamento e con test ripetuti che non evidenziano la presenza virale attiva nel sangue".
Ammettendo tutto questo, quali ricadute di tipo medico e curativo è possibile che avvengano da qui in avanti?
"Ribadendo che i farmaci non sono nuovi, anzi sono in uso già da diversi anni, e non sono particolarmente costosi, si può anzitutto ipotizzare una loro adozione di ampio respiro nei Paesi dove l’Hiv è particolarmente diffuso, come ad esempio in certi Paesi africani. Se la filosofia è impedire che il virus si annidi nelle cellule dove si integra col materiale genetico, il risultato annunciato su questa bambina, curata precocemente, lascia aperta una grande speranza".
Qual è la situazione dell’Hiv oggi nel mondo? Sarà una battaglia che verrà vinta?
"L’infezione è ancora molto diffusa, sia nel nord sia nel sud del mondo. È comparsa negli anni ’80 e da allora ha colpito milioni di persone. Oggi, però, è profondamente diversa rispetto ad allora. La mortalità è sotto controllo, soprattutto al nord. Al sud invece, dove maggiore è la povertà, i problemi rimangono, anche se appaiono lentamente in via di soluzione. Sono stati fatti molti passi in avanti grazie a politiche di solidarietà. Molto ci sarebbe ancora da fare. Nei Paesi avanzati occorre far emergere il ‘sommerso’ e la percezione del rischio, che spesso è scarsa. Comunque con le cure retrovirali si riesce ad assicurare una vita più lunga, con la malattia tenuta sotto controllo, e quindi una qualità e quantità dell’esistenza decisamente migliore. Nel sud del mondo il discorso, come già detto, cambia. Lì ci vorrebbe maggiore solidarietà internazionale".