CIRILLO E METODIO
Per il cardinale Tomko i due fratelli greci compresero ”l’importanza di annunciare il Vangelo nella lingua conosciuta dal popolo, facendo tradurre anche i principali testi biblici e liturgici. Un’inculturazione del messaggio cristiano assolutamente anticipatrice per i tempi”
Due fratelli greci che hanno saputo farsi "slavi di cuore" e "costituiscono un valido modello anche per la nuova evangelizzazione". Non ha dubbi il cardinale Jozef Tomko, prefetto emerito della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli: l’intuizione dei santi Cirillo e Metodio, spiega a Giovanna Pasqualin Traversa per il Sir, è stata un "vero colpo di genio". Abbiamo incontrato il cardinale a conclusione del congresso internazionale "Ss. Cirillo e Metodio fra i popoli slavi: 1150 anni dall’inizio della missione" (Roma 25-26 febbraio, Pontificio Istituto orientale e Pontificia Università gregoriana). L’evento ha visto la partecipazione dei cardinali Gianfranco Ravasi, Stanislaw Dziwisz, Dominik Duka e Josip Bozanic; di monsignor Rino Fisichella, di studiosi di diversi Paesi che hanno analizzato aspetti storici, ecclesiologici, culturali e liturgici dell’opera missionaria dei due fratelli di Tessalonica (oggi Salonicco) vissuti nel IX secolo e proclamati nel 1980 compatroni d’Europa (accanto a S. Benedetto) da Giovanni Paolo II.
Eminenza, perché dedicare un congresso internazionale ai due grandi "apostoli" delle popolazioni slave?
"I 1150 anni dall’inizio della loro straordinaria e poliedrica opera missionaria, avviata nell’863 nella Grande Moravia e portata a termine con grande coraggio e incrollabile fedeltà alla Chiesa, cadono in coincidenza con l’Anno della fede. Un buon motivo per onorarne la memoria riunendo a Roma, oltre ad autorevoli studiosi, praticamente tutti i cardinali della nazioni slave e diversi vescovi per riflettere sulle figure dei due fratelli greci, missionari attraverso l’inculturazione del Vangelo, e anzitutto chiarire la vera natura della loro missione, essenzialmente religiosa ed evangelizzatrice".
Quali ragioni hanno reso necessario questo chiarimento?
"Qualcuno aveva tentato negli anni scorsi di ridurne l’opera missionaria e l’eredità spirituale, profondamente radicata tra le popolazioni slave, riconducendole entro i confini di un’azione ‘politica’ o ‘diplomatica’ in un’Europa caratterizzata all’inizio del IX secolo da forti tensioni ecclesiologiche tra Bisanzio e Roma. Ricordo come nel 1985, XI centenario della morte di Metodio, il governo cecoslovacco abbia cercato di imprimere alle celebrazioni il carattere di una generica manifestazione per la pace e l’unità, temendo i frutti della predicazione cirillo-metodiana come il peggiore nemico del regime. In quell’occasione furono proprio i pellegrini convenuti a Velehrad, in Moravia, a sottolineare pubblicamente la valenza religiosa e spirituale dell’anniversario e quindi il carattere evangelico della missione dei due santi".
Un’opera evangelizzatrice ispirata da una geniale intuizione…
"Sì. Il vero colpo di genio, anche sulla base del fallimento dell’azione di tanti missionari venuti in queste terre prima di loro, fu comprendere l’importanza di annunciare il Vangelo nella lingua conosciuta dal popolo, facendovi tradurre anche i principali testi biblici e liturgici. Un’inculturazione del messaggio cristiano assolutamente anticipatrice per i tempi – consacrata molti secoli dopo dal Concilio Vaticano II – ma ritenuta da Cirillo e Metodio necessaria per la buona riuscita della missione. A questo fine essi inventarono anche un nuovo tipo di scrittura; l’alfabeto ‘glagolitico’ perché quello greco non era in grado di riprodurre tutti i suoni della lingua di quelle popolazioni".
I lavori congressuali si sono soffermati anche sul loro contributo allo sviluppo delle culture nazionali…
"Traducendo nella lingua slava la Bibbia e i testi liturgici, essi hanno conferito a questa lingua nobiltà letteraria. Trasmettendo ai popoli slavi, oltre al messaggio evangelico, anche i valori della civiltà greco-romana, hanno offerto loro l’architettura di base su cui costruire la propria identità e cultura svolgendo altresì un’azione civilizzatrice. Se cerco nel mio passato di slovacco uno dei primi documenti nella lingua dei miei padri – ma questo vale anche per altre nazioni slave – trovo la traduzione del Vangelo di Giovanni: ‘In principio era il Verbo’, ed è singolare che ‘verbo’, nel senso di parola, in lingua slava si dica ‘slovo’. C’è da inginocchiarsi e ringraziare Dio per il grande dono ricevuto da Cirillo e Metodio. Un qualcosa che può sembrare quasi mistico ma è molto esigente e dice lo scopo della missione: purificare la ragione e promuovere l’umanizzazione della persona e della società".
Quale contributo può offrire il loro "metodo" alla nuova evangelizzazione?
"Per avere successo il missionario deve immedesimarsi nella lingua, nelle idee, nelle tradizioni delle popolazioni e portarvi il proprio cuore come i due santi che, afferma Giovanni Paolo II nell’enciclica ‘Slavorum apostoli’ (1985), pur mantenendo la propria identità culturale si fecero ‘slavi di cuore’ e, contemporaneamente, esempio di universalismo che supera confini e abbatte barriere. Oggi, nell’Anno della fede, Cirillo e Metodio costituiscono un valido modello anche per la nuova evangelizzazione di Paesi già ‘cristianizzati’ e multiculturali. Missione e cultura si intrecciano".
La Lettera apostolica "Egregiae virtutis" (31 dicembre 1980) con cui Giovanni Paolo II li proclamò compatroni d’Europa costituì anche un incoraggiamento alla "ricostruzione" di un continente in grado di respirare "a due polmoni". A che punto è giunto questo processo di integrazione?
"Non si può fare il punto su percorsi storici come questo che richiedono tempi lunghi. Tuttavia, il rispetto di Cirillo e Metodio per le diverse identità e al tempo stesso la loro insistenza sul valore dell’unità nelle differenze sono uno stimolo in questa direzione".