TUNISIA
Ferma condanna da parte della Chiesa locale dell’assassinio di Belaid, esponente dell’opposizione laica. Verso un governo di unità nazionale?
"Esprimiamo tutta la nostra vicinanza e solidarietà alla famiglia, agli amici e al popolo tunisino così provati da questa morte che attenta al diritto, alla libertà e al pluralismo. Condanniamo fortemente l’uso della violenza". Con queste parole padre Nicolas Lhernould, vicario generale dell’arcidiocesi di Tunisi, commenta a Daniele Rocchi, per il Sir, l’omicidio di Chokri Belaid, l’esponente dell’opposizione ucciso ieri in un agguato nei pressi della sua abitazione, a Tunisi. Per il vicario "si è trattato di un attentato contro l’intera popolazione" come testimoniano le manifestazioni spontanee in corso in tutto il Paese e, in particolare, nel luogo simbolo della capitale, l’Avenue Bourghiba. "La nostra speranza è che questa morte possa servire a far nascere un Paese più unito, democratico e rispettoso dei diritti".
In che modo la Chiesa tunisina segue questi drammatici eventi?
"La Chiesa tunisina ha sempre seguito e guardato con interesse alla rivoluzione che ha portato alla caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali, nel gennaio del 2011 e ora, con altrettanto interesse, segue questa difficile fase di transizione condividendo con la gente le stesse paure e le stesse attese. Siamo rimasti scioccati dall’omicidio di Belaid e temiamo che le tensioni, viste le tante manifestazioni in corso, possano sfociare in episodi di violenza e aggravare l’instabilità che viviamo da due anni".
Quali conseguenze potrebbe provocare la morte di Belaid?
"Non sappiamo cosa potrà succedere da adesso in poi. L’incertezza regna a causa della crisi nel Paese. Il popolo teme per il proprio futuro e per quello della nazione. Le notizie, che arrivano, parlano della formazione di un nuovo governo, composto da tecnici e privo di esponenti politici, ma la situazione è in continua evoluzione. Domani, inoltre, sono previsti i funerali di Belaid e vedremo cosa accadrà".
Un governo di unità nazionale che metta insieme le diverse componenti politiche potrebbe essere la ricetta giusta per allontanare questi timori?
"Lo spero, anche se non spetta a me dare indicazioni di natura politica. Esprimo solo un’opinione a riguardo. Credo, tuttavia, che la Tunisia sia attesa da due sfide: la crisi economica e la sicurezza. La gente invoca cambiamenti in questi due ambiti. La sicurezza, messa in discussione dalla morte violenta di Belaid, è diventata prioritaria per il popolo che la invoca con forza. Non mi riferisco solo alla sicurezza fisica ma anche a quella condizione d’animo che ti fa guardare con fiducia all’avvenire. Questa mancanza di sicurezza viene letta da ampie fasce della popolazione come un tradimento della rivoluzione, che pure aveva suscitato moltissime attese. Credo che mai come ora vadano messe in campo tutte quelle energie positive che guardano alla riconciliazione, al dialogo e all’unità come strumenti per superare la crisi economica e per ridare fiducia alla gente che non chiede divisioni".
Quale aiuto potrebbe venire alla Tunisia dalla comunità internazionale e soprattutto dalla vicina Unione europea?
"Penso a due tipi di sostegno: economico, innanzitutto, necessario a sostenere una transizione politica non facile come quella tunisina. Poi un aiuto culturale: la transizione sarà democratica in base a ciò che produrrà, e questa è una sfida tutta aperta. A riguardo io sono ottimista per il futuro democratico di Tunisi e spero lo sia anche la comunità internazionale. Se così non fosse, la Tunisia sarebbe costretta a vivere nell’angoscia e nell’incertezza".
In questa fase di transizione c’è spazio per i cristiani locali?
"Credo di sì. Dalla Chiesa locale, che è un gregge di poche migliaia di persone, il popolo tunisino si attende la presenza, l’essere nel Paese. Le minoranze vengono percepite come motivo di crescita e di confronto, di dibattito pluralista assolutamente necessario in un processo come quello attuale. Dei cristiani viene apprezzato lo sguardo di speranza sul futuro. La nostra comunità è completamente straniera, tra noi ci sono fedeli che vengono da Paesi, come la Costa d’Avorio, che hanno vissuto eventi tristi come guerre e violenze e, quindi, capaci di ridare slancio e forza alla gente tunisina che fa fatica ad andare avanti. Siamo portatori di quell’aspirazione alla pace civile e alla libertà che è piena solo quando contempla il rispetto dei diritti umani e della libertà di coscienza, ivi inclusa quella religiosa e non solo di culto".