TRA LE CULTURE
Arte e sviluppo, a Milano, in un laboratorio teatrale per italiani e migranti
"Incentivare la creazione di un gruppo misto di artisti che possa lavorare insieme per diffondere un teatro multiculturale, socialmente utile e attento agli sviluppi che il nostro territorio sta vivendo". Questi gli obiettivi del laboratorio "Teatro utile. Arte e sviluppo" promosso dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano in collaborazione con l’associazione "Sunugal" e la compagnia teatrale transculturale "Mascherenere", che prenderà il via il prossimo 4 marzo. Il bando (scaricabile su www.accademiadeifilodrammatici.it), rivolto ad artisti italiani e stranieri di prima e seconda generazione, intende intercettare le professionalità artistiche del territorio, per "iniziare un percorso comune che favorisca la condivisione di diverse modalità di recitazione, in un confronto tra diverse culture". Con Modou Gueye, artista senegalese da vent’anni in Italia e coordinatore del progetto, abbiamo parlato dell’iniziativa.
"Teatro utile", perché questo titolo?
"Uno dei miei slogan è "non siamo solo cous cous e tamburi". L’iniziativa è un modo per rispondere ai pensieri stereotipati. Il teatro è sviluppo, è mezzo di sostegno e di sopravvivenza non è solo tempo libero e divertimento. È uno strumento forte e potente per creare dialogo, così come lo è la musica: è incontro di colori, non serve per far accettare ma per far convivere".
Teatro italiano e teatro africano: sembra un incontro impossibile. Cosa hanno da dare o da ricevere l’uno dall’altro?
"Quando sono arrivato in Italia non sapevo cosa fosse il teatro. Mi sono formato qui come attore partendo dalla mia base culturale africana, senegalese. Immigrazione è sviluppo, per il paese di destinazione ma anche per quello di provenienza, e a me ha permesso di vedere, come attraverso uno specchio, cosa c’è di positivo nella cultura italiana e nella nostra cultura, e di poterlo realizzare. In questo senso la migrazione è davvero scambio. Credo che gli spettacoli nati in Italia da migranti siano generi nuovi e molto curiosi, e attraverso la nostra esperienza cerchiamo di rendere leggibile la nostra cultura, il nostro modo di comunicare. La volontà non è tanto l’adattamento, quanto la creazione di nuovi generi salvaguardando le culture di provenienza".
Da più di vent’anni vivi in Italia. Nella tua esperienza, come è cambiato, se è cambiato, negli anni il rapporto degli italiani nei confronti dei migranti e dell’immigrazione?
"Io ho vissuto in molte regioni italiane e non ho mai sofferto di razzismo. Tutt’oggi, quando sono in giro, mi sento Modou, non mi sento né senegalese né italiano, non sento di che colore sono e da dove arrivo. Quando ho cominciato, e recitavo Shakespeare e Goldoni, c’era un forte interesse da parte degli italiani nel conoscere la cultura altra. A un certo momento, circa dieci anni fa, qualcosa è cambiato. Forse è qualcosa che sta cambiando nel modo di essere degli italiani, che non sentono più quella curiosità o quella necessità di approcciarsi all’altro. Il futuro sarà difficile, ma sicuramente migliore. Grazie alle seconde generazioni, che hanno origini diverse e amici che vengono da culture diverse, si creerà un dibattito e un dialogo tra di loro e ci sarà una scoperta e una nuova curiosità verso l’altro".
In questo senso, il teatro può essere agente di cambiamento?
"Il teatro sa arrivare lì dove da soli non arriviamo, per questo può essere un veicolo per entrare nelle case e nei pensieri delle persone. È modo di comunicare, elaborare e stare insieme che lo fa diventare luogo di scambio di punti di vista. Fino a ieri un senegalese era solo rasta e musica: oggi questo rimane, ma si integra ad altro. Nei casting vengo spesso contattato per la parte dello spacciatore o del venditore ambulante, ruoli nei quali non mi ritrovo affatto. Oggi, nel mondo globalizzato, chi pensa e fa teatro, dovrebbe tenere conto della competenza artistica, della persona che è dietro la pelle. Se puntiamo a questo, vuol dire che il teatro può creare l’impulso a un nuovo modo di pensare e soprattutto di fare".
Cosa possiamo fare in concreto per ricollocare la persona al centro dell’esperienza migratoria, spesso vista come spersonalizzante?
"Vorrei essere chiamato nei dibattiti non per parlare di povertà, ma per parlare di diritti e doveri. Solo incontrando la persona, la diversità diventa interessante. Ma lo sforzo deve essere reciproco. Imparare la lingua italiana, conoscere la cultura italiana, è l’unica arma che abbiamo per farci conoscere, per comunicare e sopravvivere".