FONDAZIONI BANCARIE
Il caso Monte Paschi è l’emblema (sbagliato) dello strapotere della politica. Ma in altri casi i territori sono stati davvero salvaguardati
Ah, le banche… Quanto se ne parla, in questa campagna elettorale. Quanto se ne stra-parla, come è tipico di ogni campagna elettorale dove la ragione a volte si nasconde dietro sentimenti non sempre limpidi. Ci voleva poi il caso-Monte Paschi per alimentare un fuoco di polemiche, di proposte e proteste che rischia di bruciare quanto di buono c’è nelle banche italiane: e non è poco.
Facciamo un passo indietro, a quella legge che, una ventina d’anni fa cercò di disboscare la "foresta pietrificata" delle banche italiane, quasi tutte a controllo pubblico. Quindi partitico. Quindi scarse doti manageriali per affrontare la modernità finanziaria. Ottime finanziatrici di sagre e convegni, le Casse di risparmio vivevano in un’ottica paesana e in un sostanziale regime di monopolio locale. Tutte cose destinate a scomparire, come poi successe in Germania, in Spagna, negli Usa.
Quella legge appunto privatizzò le nostre banche spingendole a crescere, ad aggregarsi, a diventare competitive. Ma il loro patrimonio era anche frutto delle comunità che le avevano generate: da qui la decisione di creare delle Fondazioni collegate che gestissero parte di quel patrimonio, i cui frutti sarebbero poi stati distribuiti proprio sul territorio con criteri chiari e "sociali".
Abbiamo riassunto alle spicce, ma l’idea fu geniale: le Fondazioni reinvestirono in tutto o in parte quei patrimoni proprio nelle banche di riferimento, con ottica da azioniste di lungo termine. Da qui nacquero Unicredit e Intesa San Paolo, per dire: cioè due istituti ai vertici mondiali, oggi.
Gli utili percepiti dalle Fondazioni vengono ogni anno destinati al sociale, alla cultura, al patrimonio artistico, alla salute, alla ricerca, addirittura alla cooperazione internazionale. Centinaia di milioni di euro elargiti con scrupolo e con vaglio scientifico, da un "cervello" delle Fondazioni che comprende personalità economiche, culturali, sociali, religiose di quei territori.
Ritratto idilliaco? Viviamo in una città del Nord che ha ricevuto dalla "sua" Fondazione qualcosa come un miliardo di euro, in questi anni, per ospedali, musei, palazzi storici, chiese, opere caritatevoli, case di riposo, asili, salute, ricerca scientifica… in anni in cui la spesa pubblica progressivamente spariva. Anni in cui sono sparite le sponsorizzazioni a sagre, "eventi" e "correnti". Dovremmo lamentarci?
Chi guida queste Fondazioni, è sostanzialmente rimasto lo stesso di vent’anni fa. Conoscendo il valore di questi presidenti, meglio così: la politica ha sempre avuto l’acquolina in bocca verso quelle poltrone e quei milioni di euro. Cambieranno gli uomini, ma dovranno essere scelti sempre tra il meglio della società civile, non tra i bocciati di qualche corsa elettorale. Come ogni bella cosa, c’è sempre l’eccezione. Siena, il Monte Paschi, la sua Fondazione. La cui unica, storica, conosciuta, più volte criticata e mai superata colpa è stata quella di legarsi a doppio filo alla banca: tutto il patrimonio investito lì. Adesso la banca affonda e rischia di trascinare con sé una Fondazione che si è svenata per sostenere gli incauti acquisti della banca stessa. E Siena rischia di piangere due volte.
C’è poco da sorridere, quando si assiste a un simile epilogo. Ma c’è poco da utilizzarlo come un grimaldello per scassinare la forza delle Fondazioni di origine bancaria. Le vogliono fuori dalle banche, proprietarie solo di Btp dello Stato? Bene, perché no? Ma chi ne prenderebbe il posto?
La famosa imprenditoria privata, in Italia, tende ad entrare nel capitale di una banca con scopi tutt’altro che disinteressati: chi mai negherà un generoso finanziamento all’illustre azionista? E ce ne fossero, di azionisti italiani anche maramaldi! In realtà poi a comprare arrivano sceicchi del Golfo, investitori stranieri che prima fanno gli ospiti cortesi, col tempo i padroni di casa. Portandosi a casa la banca.
Insomma le Fondazioni non saranno la perfezione, ma il resto è peggio, e di molto. Non è un’opinione: guardate come sono gestite e cosa fanno le grandi banche internazionali, le grandi responsabili di una crisi che non conosce fine. E un nuovo intervento dello Stato, in Italia, è l’ultima cosa auspicabile. Si tornerebbe indietro di vent’anni, a quella foresta pietrificata che dovette trovare un Carlo Azeglio Ciampi per essere disboscata.