SPAGNA

La nostra mano aperta

L’arcivescovo di Pamplona, Perez, precisa l’azione della Chiesa dinanzi all’aggravarsi della questione sociale. Aiuti concreti e speranza

Dare un "segno di speranza" soprattutto alle nuove generazioni. Riportare nel dibattito pubblico i "valori etici fondamentali" della vita, della famiglia, dell’uomo. Farsi prossimo ai più deboli con aiuti e servizi. È questo il ruolo delle Chiese in un’Europa alla prese con una crisi economica che sta mettendo a dura prova la popolazione con tassi di disoccupazione crescenti e una crescita che stenta a partire. Maria Chiara Biagioni per Sir Europa, ne ha parlato con mons. Francisco Pérez, arcivescovo Pamplona e Tudela, a margine di un incontro che si sta svolgendo in questi giorni a Roma di vescovi amici del Movimento dei focolari.

Quale impatto sta avendo la crisi sulla popolazione spagnola?
"In Spagna i disoccupati sono arrivati a 6 milioni. La disoccupazione tocca il 50% della popolazione giovanile. I politici dicono che si uscirà da questa situazione così dura e difficile, ma penso che ci vorrà ancora molto tempo prima che il processo economico possa riprendere il suo corso: negli anni passati si è vissuto sprecando troppo e risparmiando poco. La ripresa, poi, sarà resa ancora più difficile, anche perché si è instaurato uno stile di vita che non è in sintonia con la crisi che si sta vivendo. Una crisi che richiederebbe da una parte una maggiore austerità, ma dall’altra anche maggiore solidarietà e cooperazione da parte di tutti. Ritengo infine che la crisi – anche se economica nei suoi effetti – è fondamentalmente una crisi etica. Si vive senza fare riferimento a valori etici fondamentali e quando questi riferimenti vengono meno nell’educazione, nella famiglia e in politica, ognuno cerca di vivere per sé e non pensa all’altro. Così la crisi mette radici profonde".

Oltre alla disoccupazione c’è il problema degli alloggi: le famiglie hanno acquistato case impegnandosi in mutui molto impegnativi. È così anche in Spagna?
"È un problema molto forte. La gente per comprare la casa ha chiesto prestiti alle banche che ora per motivi vari, spesso anche per la perdita del lavoro, non sono in grado di restituire. Di fronte a questa situazione e ad altre situazioni di povertà, la Chiesa fa quello che può. La Caritas in questo senso svolge un ruolo importante perché aiuta concretamente. È la mano aperta della Chiesa. È la mano dell’amore materno della Chiesa che è vicina ai più poveri. A Madrid, per esempio, lo Stato ha lasciato in gestione della Caritas mille alloggi. Si sta facendo il massimo ma certo sono situazioni molto difficili da sanare. Gli immigrati che avevano scelto la Spagna come meta del loro futuro, ora scappano e ritornano nei loro Paesi di origine. E si sta verificando il fenomeno contrario e cioè ci sono spagnoli che sono tornati ad emigrare, chi in Inghilterra, chi in Germania, chi in Australia. I giovani, giustamente, vogliono lavorare e se da noi il lavoro non c’è, lo vanno a cercare altrove".

La crisi fa crescere il rischio dei separatismi?
"Sia in Catalogna sia nei territori baschi, il separatismo è una realtà storica che ha radici profonde nel passato del nostro Paese e che certamente non è frutto della crisi di oggi. È l’identificazione in una terra che vuol essere indipendente".

Di fronte a una crisi così pungente, come guarda la Spagna all’Europa?
"Ci sono varie opinioni e molto diverse tra loro. C’è chi pensa che sarebbe stato meglio non entrare nell’Euro; altri pensano invece che partecipare alla comunità europea favorisca la Spagna; altri ancora ritengono che non siamo sufficientemente competitivi nel mercato europeo. Ma non possiamo permetterci oggi di sganciarci dalla realtà. Non possiamo cioè ritornare alla pesetas. Non è questo il momento per mettere l’Europa in discussione. È un ragionamento che non favorisce il presente e il futuro".

Lei prima parlava di crisi etica. Ci può spiegare che cosa intende?
"Si è perso il senso di quello che è l’uomo. E lo si è perso approvando leggi come l’aborto e l’eutanasia che è già realtà in qualche posto dell’Europa e che sta entrando come mentalità negli Stati e nei governi. Penso poi a un’educazione molto debole, non sostenuta cioè da quei valori che io chiamo le virtù. E dove è stato estromesso ogni riferimento alla trascendenza. La famiglia è distrutta a causa di separazioni e divorzi".

La Chiesa, però, con questi discorsi rischia di essere considerata, soprattutto di giovani, tradizionalista e conservatrice. Lei come risponde a questa critica?
"Penso che non sia così, perché la verità non è né tradizionalista né progressista. La verità è la verità. E penso anche che la verità vince, mentre la menzogna ha le gambe corte. Viviamo in un momento allora in cui la Chiesa è chiamata a dire la verità del Vangelo e come dice Benedetto XVI, un uomo senza Dio è un uomo inumanizzato. Un umanesimo senza Dio è un umanesimo inumano".

Allora quale ruolo può svolgere la Chiesa?
"La Chiesa ha un ruolo molto semplice, mostrare il volto di Dio nell’amare Dio e nell’amare il prossimo come te stesso. Questo è fondamentale per instaurare rapporti veri. Il mondo, soprattutto giovanile, è spesso vittima di noia e disperazione. Aumentano i suicidi perché non si vede una via di uscita. Penso allora che dalla Chiesa ci si attende soprattutto un segno di speranza".