STRAPPO DI CAMERON
L’ipotesi lanciata dal premier britannico pone in primo piano gli interessi nazionali
Nemmeno Margaret Thatcher aveva osato tanto: indire – come ha promesso il suo successore David Cameron – un referendum per decidere se restare o meno nella Comunità europea. Negli anni Ottanta la Lady di ferro aveva mostrato a più riprese le sue perplessità sull’integrazione politica, aveva ottenuto un considerevole "sconto" sul bilancio europeo, ma al contempo riconosceva i successi storicamente acquisiti dalla "casa comune", a partire dalla pace, dalla creazione di una vasta area di democrazia e diritti, contrassegnata dalla crescita economica e da un coerente modello sociale di sviluppo.
In epoca di profonda crisi economica, e di oggettive difficoltà per il cammino dell’Unione europea, l’attuale capo del governo di Londra sceglie un’altra strada: dimenticare il significato storico dell’integrazione, mettere da parte i principi che ne sono alla base, trascurare i pur obiettivi risultati ottenuti, per porre in primo piano gli esclusivi interessi nazionali. Nel discorso sullo stato dei rapporti tra Regno Unito e Ue, il leader conservatore ha affermato il 23 gennaio: "La scelta sarà semplice, restare o uscire" dall’Unione europea. "Io voglio un rapporto che ci unisca all’Ue", ma "la decisione spetta ai cittadini" britannici, mediante referendum da tenersi dopo il 2015.
L’inquilino di Downing Street ha peraltro avvertito che "occorre scegliere con molta attenzione, perché non ci sarebbe ritorno, sarebbe un biglietto di sola andata". Tre i temi "fondamentali" sui quali Cameron punta – e giustamente – l’attenzione: "Il problema dell’Eurozona", ossia la stabilità della moneta unica e la governance economica; la crisi della competitività europea; "il crescente divario tra Ue e cittadini", che crea un gap di democrazia. "Se noi non affrontiamo queste sfide", ha ribadito Cameron, "c’è il rischio che l’Europa fallisca".
Un merito va assegnato al giovane premier: quello di aver portato alla luce alcuni nodi sui quali occorre effettivamente un chiarimento a Bruxelles e Strasburgo. Ma lo stesso Cameron trascura un elemento essenziale: i principali ostacoli che si frappongono al cammino dell’Ue, e a scelte efficaci in materia economica e sociale volte a favorire il benessere dei cittadini europei, non vengono dall’Europarlamento o dalla Commissione (le "istituzioni comuni" per eccellenza), bensì dal Consiglio europeo, cioè l’organismo che raccoglie i 27 rappresentanti dei governi dei Paesi membri. Sono le capitali che frenano l’Unione europea, e in questi anni di crisi è stato quanto mai evidente: basti pensare agli sgambetti sperimentati su decisioni di massima rilevanza come l’Unione economica e monetaria, la sorveglianza unica sulle banche, il Fiscal compact (inteso a tenere sotto controllo i bilanci statali), il fondo salva-Stati, il Patto di stabilità e crescita, il Quadro finanziario pluriennale… E l’elenco potrebbe continuare. L’ultimo esempio è del 22 gennaio: la cooperazione rafforzata per la tassa sulle transazioni finanziarie è stata accettata da 11 Stati Ue, ha ottenuto il via libera da 23 Paesi, ma, guarda caso, il Regno Unito è fra i quattro che hanno preso le distanze, per tenere la City di Londra al riparo da una tassa volta a ridurre le attività speculative e in grado di accumulare fondi da reinvestire nella crescita e nel lavoro.
La presa di posizione decisamente "euroscettica" di Cameron – comprensibile in una logica di equilibri politici interni – rischia, soprattutto in questa fase, di alimentare i già diffusi sentimenti anti-europei e di dar fuoco alle polveri populiste, denunciate non molto tempo fa da un illuminante documento della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece). Oltre ad alcune incongruenze facilmente rilevabili nel discorso di Cameron, già sottolineate da autorevoli voci europee, emerge con evidenza il concetto di Europa "à la carte", grazie alla quale alimentare taluni interessi nazionali (neppure i governi più euroscettici rinunciano ai consistenti fondi comunitari), senza peraltro farsi carico delle responsabilità che una costruzione politica di questo genere, unica al mondo, richiede ai partecipanti.
Ma dai "padri fondatori" non giunge un’eredità fondata sugli interessi di parte, bensì un impegno comune nel segno della solidarietà, della sussidiarietà e della "unità nella diversità". Anche su questo occorrerebbe riflettere dopo le "sollecitazioni" giunte da oltre Manica.