LUCI E VOLTIDALL'AFRICA" "
Tra un attimo, pensa mio padre, l’ignaro ragazzo color ebano si volterà, griderà per lo spavento e il leone gli si getterà addosso sbranandolo. Invece non succede questo. Cioè succede in parte. Il giardiniere in effetti si gira, vede il leone che adesso sta emettendo uno strano miagolìo e che fa? Gli fa un urlaccio di rimprovero, indicandogli la porta con il braccio teso, con un: pussa via, tu, stupido animale! E il leone salta giù all’istante dalla cassapanca e se la fila per le scale con la coda tra le gambe, inseguito dagl’improperi del ragazzo, che comincia adesso a realizzare cos’è accaduto nella stanza e, tutto imbarazzato, prende a spiegare: la bestia, ch’è in realtà una cucciolona di leonessa, è assolutamente innocua; per ora, anche se sta crescendo, è ancora solo una gattona ammaestrata, raccolta da piccola perché priva di madre e allevata in casa, dove potrà stare ancora per un po’ prima di diventare pericolosa ed essere liberata. Era con lui in giardino, gli va sempre dietro. Dev’essersi incuriosita dalla presenza dell’ospite, perciò è salita quassù.
Mio padre piange a dirotto, di sollievo adesso, senza smettere di tremare seduto sul letto col ragazzo di colore accanto, ch’è molto preoccupato per se stesso ora, perché c’è un solo pericolo qui: che il padrone inglese, informato dell’accaduto, lo mandi via. E mio padre, pur nel tremore che si sta solo un po’ attenuando adesso, ha la lucidità di rassicurare il coetaneo che non è successo niente, che nessuno saprà niente, basta che da ora in poi gli giurino di tenere assolutamente alla larga da lui la leonessa, o gattona, che sia.
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Non so quante volte, da bambino e da ragazzo, mi sono fatto raccontare da mio padre la storia del leone. Non ho visto l’Africa con lui, non ho guardato le luci dell’aurora e del tramonto, riflesse sulla grande acqua del Nilo che attraversa il deserto, dove voleva portarmi "da grande".
Ma forse in qualche parte dell’universo finiscono tutte le promesse cui il tempo toglie tempo. Forse, muovendo da lì, in un giorno fuori del tempo, quando ci saremo ritrovati, andremo davvero in Africa insieme. Lui sarà un giovane ufficiale e non importa se non mi avrà ancora generato – i sogni sono anarchici rispetto al tempo – mentre io sarò il ragazzo che aveva la sua età al tempo della storia del leone, quando l’ho perso. Prenderemo un piroscafo per attraversare il tempo. Ricominceremo insieme la vita da dove si è interrotta; forse un Dio che non è né europeo né africano e neanche terrestre ce lo concederà, fra tutte le bramate pienezze dell’aldilà, di cui la vita ci espropria e che rendono il nostro cuore inquieto fino a che trovi pace in lui, ricolmato di ogni gioia e di ogni identità mancata quaggiù.
E poi mio padre è di parola. Perciò io aspetto. Sì, aspetto. Non lo dico a nessuno o passerei per matto ma, nel profondo del cuore, sono in attesa ogni giorno da quasi cinquant’anni. Credo nell’impossibile, noi siamo materiati d’impossibile, il sogno e l’impossibile sono l’essenza più profonda di noi. Finito il tempo della separazione, tornerà il tempo dello stare insieme.
F I N E