LUCI E VOLTI" "DALL'AFRICA" "

Hemingway? ” “No, i kalashnikov

Ph: Cristian Gennari/Siciliani

Gli italiani laggiù prima della guerra rappresentano per le popolazioni etiopi e soprattutto somale uno dei tanti popoli di conquistatori da sempre transitati nella Harare (regione che ha quasi lo stesso nome della città), come nella Dancalia, o nel Tigray o negli altri evanescenti nomi che nel tempo sono stati dati ad aree dell’Eritrea-Somalia-Etiopia.
In questo contesto di secolari attraversamenti multietnici, i colonizzatori italiani non sono stati mal accolti dai nativi. Il loro arrivo – segnato dalle brutture che sempre accompagnano il colonialismo – ha lasciato posto, negli anni successivi, a una semintegrazione con loro, nella quale per i nativi c’è la speranza di un’evoluzione, di un progresso.
Così, quando si dice che l’Etiopia e anzi l’intera Africa orientale siano luoghi magici negli anni ’30, non bisogna pensare a un topos letterario di chi non conosce la storia o peggio vuol ignorarla. Non bisogna pensare necessariamente a Hemingway o a Karen Blixen che da questa terra sono stati affascinati e hanno saputo trasferire la fascinazione nei loro libri. L’Africa in quegli anni strega chiunque. Rappresenta l’esotico per eccellenza. Probabilmente mancano ancora i dati inquietanti che verranno poi, sulla nascosta, spaventosa mortalità infantile da sempre accettata come un destino, sulla carenza di strutture mediche, sul tasso di analfabetismo, sull’apartheid, sul razzismo, sulla schiavizzazione non chiamata così perché ufficialmente abolita ma in realtà ancora praticata, come pure sulla violenza familiare, tribale, sociale. Nel ’39 non si parla ancora di genocidi che il mondo imparerà a conoscere più tardi – per voltare il capo dall’altra parte, dopo averli conosciuti – quali quelli del dopoguerra, arrivati sino ai nostri giorni coi nomi di Congo, Uganda, Rwanda, Sierra Leone, Eritrea, Somalyland e altri Stati; non si sa delle guerre con episodi d’inaudita ferocia perpetrati soprattutto a danno dell’indifesa popolazione civile; è ignoto l’orrore del rapimento a fini di reclutamento dei bambini-soldati, costretti a imbracciare le armi dopo averli obbligati a uccidere in pubblico, tra le lacrime, familiari e amici per non essere uccisi loro, massacrandoli in tal modo – scientemente, preventivamente – nella psiche, per farne dei massacratori professionali incapaci di pietà. Tutto ciò accadrà quando su una ferocia tribale s’innesterà la cosiddetta civiltà occidentale, fornendo prodotti particolari come kalashnikov, bombe, lanciarazzi, mine antiuomo e altro. Tutto avverrà con coperture internazionali che la storia scoprirà, come sempre, quando non avrà più senso scoprirle.