LUCI E VOLTI" "DALL'AFRICA" "

Harar, ” “Rimbaud, ” “gl’italiani

L’altopiano etiope alle spalle di Harar si trova in luoghi che segnano una serie di primati mondiali: sono sulla faglia continentale più imponente del pianeta, la Rift Valley, lunga migliaia di chilometri; segnano l’inizio delle corrugazioni generate, centinaia di milioni d’anni fa, da poderosi ammassi di rocce incandescenti emerse tra i vapori di un mare senza vita, creando le montagne più alte del continente, tra Etiopia e Kenya, a una delle quali gli umani hanno dato il nome di Kilimangiaro, "montagna splendente" a causa degli scintillanti ghiacciai perenni in cima, oltre i 5.000 metri; umani che sembra abbiano fatto qui una delle loro prime apparizioni di cui si ha traccia, con il ritrovamento delle ossa della ominide Lucy; e per completare la rassegna dei primati, non ne manca uno letterario, quanto mai esotico, cioè che nella città di Harar è vissuto il poeta Arthur Rimbaud, il quale parla a lungo della "città bianca" – amandola, maledicendola, esprimendo in essa il male di vivere una vita che si sarebbe spenta di lì a poco, con il rientro in Europa – ciò che ne fa oggi una meta devozionale per non pochi suoi devoti.
Harar è una piana qualche centinaio di chilometri a est di Addis Abeba, abitata prevalentemente da genti somale e di religione musulmana, data la contiguità alla penisola araba e la secolare dominazione degli yemeniti, arrivati qui attraversando il Bab al Mandab, lo stretto braccio di mare che separa il Golfo di Aden dal Mar Rosso, quasi incuneandosi nella costa africana, tra Gibuti e Assab.
È una terra particolare alla fine del terzo decennio del 1900, prima che scoppi la Seconda Guerra Mondiale, che in breve porrà fine, lì, alla presenza coloniale italiana. È un mondo estremo. È un mondo dove culture radicate e aggressive, come quella islamica o inglese, si sono trovate a interagire con un nuovo arrivato, il colonialismo italiano col quale hanno trovato più facile convivere che far la guerra, almeno all’inizio. Si è così creata una comunità europea mista, con provenienza da varie nazioni. La sua esistenza e coesione sono rafforzate dagli immensi territori a disposizione. Gli europei sono pochi e, tranne che nelle città, vivono isolati in piantagioni che distano molti chilometri tra loro. Sono inoltre all’apice della collettività e hanno interessi comuni, ciò che li spinge naturalmente a cercarsi, non ad evitarsi; non c’è da riaffermare una identità per antitesi – come avviene in spazi limitati, che perdono senso qui, di Stati quali l’Inghilterra e l’Italia, decine di volte inferiori, per estensione, alla sola Africa nordorientale – c’è da coltivarla, piuttosto, per sintesi. Tutto acquista un senso nuovo. Perde significato la stessa parola colonialismo, che rappresenterà un insuccesso per il regime fascista, il cui programma d’inviare un milione di coloni in Africa naufragherà non a causa della guerra, bensì prima.