SCORRETTISSIMA
Fare clic su “Mi piace” non significa andare a salvare i bambini dalla guerra civile, premere il pulsante “share” non libera le donne dalle dittature, e limitarsi a ritwittare una notizia non ferma la diffusione di carestie e malattie
Se fosse una barzelletta sarebbe di quelle che si raccontano ai bambini: quanti amici su un social network servono per soccorrere una ragazzina in un’alluvione?
Con una serie di immagini che raffigurano varie scene da ordinarie emergenze umanitarie, in cui i protagonisti in difficoltà sono circondati da un nugolo di pollici alzati, la campagna "Liking isn’t helping" della Ong Crisis Relief di Singapore riesce a stigmatizzare efficacemente l’abitudine ormai diffusissima a un dinamismo votato alle cause sociali che è più virtuale che concreto. Il senso del messaggio è chiaro: fare clic su ‘Mi piace’ non significa andare a salvare i bambini dalla guerra civile, premere il pulsante "share" non libera le donne dalle dittature, e limitarsi a ritwittare una notizia non ferma la diffusione di carestie e malattie. Beninteso: internet ha moltiplicato esponenzialmente la velocità, la capillarità e l’efficacia delle notizie e delle emergenze e si rivela una fonte inesauribile di possibilità di promozione di una raccolta fondi a costi contenuti e con risultati fondati. Ma perché questo accada è necessario superare quel quid che manca alla maggior parte dei volenterosi sostenitori dell’emotività condivisa.
Se a questo aggiungiamo il carico da undici rappresentato dal triste fenomeno del voyeurismo digitale, che fa sì che chi assiste a una tragedia di solito la stia riprendendo con uno smartphone, il quadro comincia ad assumere contorni più definiti. E quante centinaia di "like" totalizzano eventi devastanti o necrologi, senza che sembri vi sia reale consapevolezza di quanto accaduto?
Questo atteggiamento è così fastidioso da essere fortemente biasimato anche dagli addetti ai lavori che usano il web proprio per promuovere campagne e iniziative di solidarietà, ma il cui intento di base resta quello di portare un aiuto vero, concreto, tangibile.
"Non c’è terremoto, inondazione o disastro che non abbia il suo seguito emozionale sulla rete" – ha scritto Francesca Sollo su ninjamarketing – "l’importante è sapere dove fermarsi tra il rendersi utili, condividendo numeri verdi e diffondendo informazioni per la raccolta fondi, e il far prolificare lo spam emotivo".
Per questo, le immagini proposte nella campagna rappresentano una metafora suggestiva per tutte quelle situazioni in cui le persone pensano che, per il semplice fatto di aver condiviso qualcosa su Facebook, abbiano realmente fatto la differenza. È questo un fenomeno sempre più comune poiché, come abitanti del "primo mondo", tendiamo a fare quanto più possibile per placare il senso di colpa. Ma la filantropia a mezzo Facebook non è una soluzione. La campagna vuole invece incoraggiare le persone ad allontanarsi dal computer e cominciare a fare qualcosa per davvero, magari impegnandosi in un’attività di volontariato. Non a caso il claim recita: "Dire che ti piace non vuol dire aiutare. Essere un volontario cambia la vita".
Pensando alle migliaia di volontari ragazzi, donne, anziani, professionisti, cassintegrati, che animano ogni giorno, con passione e presenza, le nostre tante realtà di volontariato e associazionismo, noi, dal nostro osservatorio Italia, possiamo un po’ sorridere. Dire "Alto gradimento" da queste parti evoca soltanto una fortunata trasmissione radiofonica…