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A colloquio con padre Luigi Menegazzo, nuovo superiore generale della congregazione: ”I Paesi in cui operiamo sono spesso già considerati come ‘periferia’, ma il rischio che corriamo è quello di fermarci lì dove siamo… Senza accorgerci come ci siano altre periferie che chiedono a noi uno sforzo per essere abitate: penso ai migranti che arrivano nelle aree periferiche delle grandi città, ai giovani senza prospettive, ma anche al grande tema del dialogo interreligioso e interculturale”
Il mondo intero ha fatto tappa nelle ultime settimane a Tavernerio, in provincia di Como, nella casa dei missionari saveriani. Quarantasei i padri capitolari presenti, provenienti dai quattro continenti in cui la congregazione, fondata da San Guido Maria Conforti, è presente: Asia, Europa, Africa e Americhe. Tra i primi compiti dell’assemblea la nomina del nuovo superiore generale: la scelta è ricaduta su padre Luigi Menegazzo, sessant’anni originario di Cittadella (Padova), già vicario generale della congregazione negli ultimi dodici anni e, precedentemente, missionario in Giappone. A poche ore dalla conclusione del capitolo il Sir lo ha incontrato per cercare di capire quali sfide attendono la congregazione che conta oggi 780 religiosi presenti in 17 Paesi.
C’è qualcosa che l’ha colpita particolarmente di questo capitolo generale?
"Questo è il primo capitolo generale dopo la canonizzazione del nostro fondatore (avvenuta il 23 ottobre 2011 ndr) e devo ammettere che si respira aria di novità. Questo momento, infatti, non è stato per noi un punto di arrivo, ma di inizio. Inoltre è la prima volta che la nostra assemblea è così multiculturale: ci sono padri capitolari provenienti da tutti i quattro continenti dove siamo presenti e un terzo dei partecipanti è al suo primo capitolo. Questo ha aggiunto molto in termini di freschezza e novità. Crediamo sia arrivato il momento di riprendere in mano il cuore del nostro carisma ovvero il primo annuncio di Cristo a chi non Lo conosce e chiederci cosa significhi questo per noi oggi".
Quali proposte sono emerse?
"Crediamo sia arrivato il momento di rivedere la nostra presenza e se vogliamo anche la nostra posizione geograficamente per andare, riprendendo l’invito di Papa Francesco, verso le periferie".
Per una congregazione impegnata nella missione "ad gentes" cosa significa parlare di "periferie"?
"E’ vero, i Paesi in cui operiamo sono spesso già considerati come ‘periferia’, ma il rischio che corriamo è quello di fermarci lì dove siamo e dove abbiamo sempre operato. Senza accorgerci come ci siano delle altre e nuove periferie che chiedono a noi uno sforzo per essere abitate: penso ai migranti che arrivano nelle aree periferiche delle grandi città, ai giovani senza prospettive, ma anche al grande tema del dialogo interreligioso e interculturale. Dobbiamo sforzarci di andare sempre più in là, lasciando progressivamente alla Chiesa locale la cura pastorale delle missioni più strutturate".
Questa scelta come cambia il rapporto proprio con le Chiese locali?
"In molti Paesi in cui siamo presenti, la Chiesa locale è cresciuta ed è ormai matura. Noi dobbiamo restare lì come uno stimolo per aiutare queste realtà ad aprire gli occhi verso queste nuove periferie".
Il confronto con i confratelli provenienti da angoli così diversi del mondo, rappresenta un’occasione unica per leggere la fase storica che sta attraversando la Chiesa. Che idea si è fatto?
"Sono convinto che la Chiesa nei diversi continenti stia sempre più prendendo coscienza delle problematiche che le si pongono davanti e abbia iniziato a muoversi. Il rischio però e questa è una mia sensazione è quello di essere troppo spesso focalizzati sulla propria sussistenza. Ma la Chiesa per sopravvivere ha bisogno di uscire, di guardare fuori. Quello dell’autoreferenzialità è un rischio che corriamo anche noi come congregazione, ad esempio di fronte al calo delle vocazioni. In capitolo si è discusso proprio di questo: come aprirci agli altri. Da qui nasce la sfida dell’apertura al laicato, ma anche del cambiamento delle metodologie di intervento e di una presenza che non può dimenticare le nuove forme di comunicazione. Dobbiamo andare verso una presenza meno basata sulle grandi opere, ma più attenta a lavorare con la gente".
Guardando all’Europa e all’Italia, come vivete la sfida della nuova evangelizzazione?
"Questo tema è stato affrontato specificatamente dall’ultimo capitolo regionale che si è tenuto in Italia, Paese dove siamo nati e dove manteniamo una presenza consistente, anche se spesso formata da religiosi che per motivi di età o di salute non sono più in grado di svolgere pienamente il loro ministero. In quell’occasione si è deciso di rilanciare la nostra presenza pastorale rafforzando la collaborazione con i centri diocesani per la pastorale missionaria, soprattutto per quanto riguarda il catecumenato, e per essere presenti come testimonianza al servizio degli ultimi".