DISCONNESSIONI/2

Nella costruzione” “dell’infelicità” “un talento sprecato

Houellebecq è uno scrittore di razza, ma i suoi romanzi, a partire da “Le particelle elementari”, descrivono un mondo da cui l’amore è bandito, dove regnano decadenza fisica e morte. Questo è il risultato della mancanza di speranza

Gentili lettori,
con l’aiuto di Marco Testi, al quale abbiamo chiesto di vestire i panni del "critico militante" prosegue questo nostro viaggio nelle letture "sbagliate". Un nostro piccolo gioco intellettuale, nella stagione in cui tutti vogliono suggerirci il libro "giusto" per l’estate. Noi, invece, proviamo a indicarvi quello "sbagliato", al quale converrà accostarsi con cautela e con una buona dose di vigilanza critica. Buona lettura. (Domenico Delle Foglie)

I personaggi di Michel Houellebecq sono in lotta permanente con due cose: l’insensatezza dell’esistenza e l’imbecillità umana. Una sorta di coazione a ripetere li costringe a fare i conti con l’assoluta negazione di qualsivoglia giustificazione della vita. Fedele a uno dei padri nobili, il Flaubert vittima di una vera e propria nevrosi contro la stupidità umana, Houellebecq riesce a percorrere con naturalezza sentieri profondi da cui gran parte degli altri scrittori rifuggono. Ma il suo limite è questo: poiché il proprio bersaglio polemico, l’individualismo, è ormai vittorioso ovunque, la battaglia è persa, la bramosia del possesso e il desiderio smodato hanno preso il posto delle speranze, sia quelle laiche che religiose.
Ciò che può essere descritto è unicamente un inferno. Il sesso è un derivato del desiderio di potere, e per questo diventa uno strumento di dolore e solitudine, descritto anatomicamente come se ogni atto fosse staccato dal tutto; qui ci sarebbe molto da ridire, soprattutto avrebbe da ridire Fabrice Hadjadj, filosofo che ha fatto un pezzo di strada con Houellebecq e che vede nel sesso una straordinaria potenzialità di avvicinamento all’altro e a Dio. Senza contare altri valori che rendono l’esistenza degna di essere vissuta: la donazione di sé, il sacrificio, ma anche la felicità della presenza dell’altro, la partecipazione comunitaria e molto altro: cose che probabilmente sono più difficili da narrare in modo intrigante. In alcune pagine di "Le particelle elementari" (1998), considerato il suo capolavoro, sembrano quasi riaffacciarsi le tesi gnostiche e càtare sulla appartenenza della sfera sessuale al demoniaco, in quanto materia lontana dallo spirito.
Riguardo alla religione, nonostante le sue dichiarate antipatie per i monoteismi, l’autore ha una posizione piuttosto controversa: rimpianto per una visione comunitaria basata su una morale forte, ma, nel contempo, rifiuto di una concezione non si dica confessionale, ma finanche teista. In "Le particelle elementari", la costruzione del tipo dell’indifferente è singolare. Diversamente dagli inetti primonovecenteschi, Michel è un uomo di valore, uno scienziato dalle geniali intuizioni, che cambieranno (e qui vengono le note dolenti) la stessa natura umana. È capace di queste intuizioni, basate sulla possibilità della clonazione slegata dal sesso, proprio in quanto completamente avulso da sentimenti. Non è più possibile l’amore in Occidente: il fallimento della storia di Michel e Annabelle "non era del tutto colpa loro; avevano vissuto in un mondo doloroso, un mondo di competizione e di lotta, di vanità e di violenza; non avevano vissuto in un mondo armonioso".
Le argomentazioni a monte sono in parte condivisibili: alcuni pseudo-valori portano all’edonismo e alla violenza. Ma l’esistenza, nel cosmo di Houellebecq, è solo sofferenza, malattia, decadenza fisica, morte, e l’amore è aggressività travestita. La conclusione è che l’unica soluzione sia quella radicale della clonazione asessuata, che dovrebbe portare la pace e la comunione tra gli uomini, rimuovendo la malattia del desiderio. Schopenhauer, che il francese cita in alcune sue storie, avrebbe plaudito.
Alcune delle molte aporie del romanzo sono probabilmente volute e talvolta vanno in direzione "mistica": Michel scompare, e alcuni parlano di una sua fuga in Tibet, proprio come capitò al padre, perché le sue teorie hanno qualcosa in comune sia con un certo monachesimo celtico che con il buddismo, soprattutto per la negazione dell’individualismo.
Ma, a parte la conclusione bizzarra e ambigua, non lontana da alcuni progetti eugenetici, si ha la sensazione che la narrazione di Houellebecq sia tesa unicamente alla costruzione dell’infelicità e dell’incapacità di amare, come avviene anche in "La carta e il territorio", dove la fine del protagonista è così commentata: "Fu così che Jed Martin prese congedo da un’esistenza cui non aveva mai totalmente aderito".
Permane, dietro questo livido pessimismo, una sensazione: che l’idiosincrasia per l’uomo razionale abbia raggiunto il livello di guardia, dopo di che non restano che la ripetizione o la ricerca di nuove speranze, che non consistano nella scorciatoia di una umanità perfetta perché clonata.