CRISI EGIZIANA/1

La fragile democrazia” “nelle mani dell’esercito

Le ultime drammatiche ore del presidente egiziano Morsi deposto dall’Esercito dopo la scadenza dell’ultimatum e posto agli arresti. La festa di piazza Tahrir, il rischio di scontri tra le opposte fazioni e la soddisfazione delle Chiese

"Costituzione sospesa, governo tecnico e poi nuove elezioni": era sera inoltrata quando il ministro della Difesa Abdel Fattah el Sissi ha annunciato la road map per far uscire l’Egitto dallo stallo istituzionale e per allontanare i rischi concreti di una guerra civile. Il ministro, intervenuto in tv, era circondato da vertici militari, dai rappresentanti delle opposizioni, tra cui il loro portavoce Mohamed el Baradei, l’imam di Al Azhar, Ahmed el Tayyeb, e il capo della Chiesa copta, Papa Tawadros. Un’immagine di coesione e di chiaro sostegno alla rimozione del presidente della Fratellanza musulmana, dopo l’incontro, riferito dal Sir, tra tutte le parti.

La festa a piazza Tahrir. La risposta di Piazza Tahrir non si è fatta attendere, festa, fuochi di artificio e boati di approvazione. "Malgrado i tentativi delle forze armate di spingere al dialogo e allentare la tensione – sono state le parole del ministro – il presidente Mohamed Morsi non ha risposto alle domande della gente". La reazione dei Fratelli Musulmani alla destituzione del loro presidente è stata lapidaria: "Il golpe militare è cominciato". All’esterno del palazzo presidenziale, soldati e blindati tenevano separati i manifestanti pro e contro il presidente. Nel frattempo venivano oscurate Misr 25, el Hafez (il guardiano) e el Naas (la gente), emittenti vicine alla Fratellanza musulmana e ai suoi alleati di governo, i salafiti. La voce del deposto Morsi si faceva sentire solo dalla sua pagina di Facebook dove affermava di non riconoscere la legittimità del golpe. Non era bastata la sua proposta di un governo di coalizione arrivata poco prima della scadenza dell’ultimatum. Tempo scaduto. Al suo posto veniva scelto il presidente della Corte Costituzionale Adli Mansour nominato capo dello Stato ad interim. Il giorno più importante per il Paese dei Faraoni si consumava così, nel tripudio del popolo e nella vigile presenza dell’Esercito. E mentre la stella di Morsi posto agli arresti si spegneva, si accendeva quella del premio Nobel per la pace Mohamed el Baradei, rappresentante di tutte le opposizioni egiziane nella gestione dei negoziati per definire il dopo Morsi. È stato lui a parlare di "vera riconciliazione" necessaria per rimettere in moto la rivoluzione del 2011, che depose Mubarak. "Continuiamo la nostra rivoluzione per pane, libertà e dignità umana», gli ha fatto eco Mahmoud Badr, portavoce del movimento dei Ribelli Tamarod.

La soddisfazione delle Chiese. Poco prima delle 19, ad anticipare al Sir i contenuti della attesa dichiarazione dell’Esercito era stato il portavoce dei vescovi cattolici egiziani, padre Rafic Greiche. "Le Forze armate saranno garanti della Road map per uscire dallo stallo istituzionale" erano state le parole del portavoce che aggiungeva: "L’Esercito non intende entrare in politica. Il presidente della Corte Costituzionale dovrebbe essere il presidente ad interim con tre o quattro personaggi molto noti e preparati". Le voci riferivano anche di El Baradei premier, con 10/15 ministri, con il compito di rimettere in piedi economicamente il Paese. Altro punto in agenda stilare una nuova Costituzione e organizzare elezioni parlamentari prima e presidenziali dopo. Critico padre Greiche con chi affermava che si è trattato di un golpe: "Un colpo di Stato è fatto da ufficiali dell’Esercito che destituiscono un re o un presidente, qui è l’85% degli egiziani che con manifestazioni pacifiche ha cercato e voluto un nuovo corso e l’Esercito esegue la volontà popolare. Non è un colpo di Stato, ci sono milioni di persone nelle strade che chiedono la fine del regime dei Fratelli Musulmani". Per il portavoce, "l’incontro con tutti i rappresentanti del popolo è stato il segno che l’Esercito ha preso già il controllo della situazione e che non si tratta di un golpe". Fiducia nell’operato dell’Esercito anche dalla segreteria del Patriarcato copto cattolico del Cairo, come affermato al Sir da padre Hani Bakhoum Kiroulos. "Siamo certi che mai l’esercito, il ministro della Difesa, del quale abbiamo grande stima, faranno qualcosa di male al popolo egiziano". Significativo, a riguardo, il tweet del papa copto Tawadros II: "È meraviglioso vedere il popolo egiziano che – attraverso l’idea di Tamarod e i suoi giovani – si riprende in maniera pacifica la rivoluzione che gli è stata rubata".

a cura di Daniele Rocchi