FESTIVALFILOSOFIA
In programma dal 13 al 15 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo. A colloquio con il filosofo Remo Bodei, presidente del Comitato scientifico: “Bisogna uscire dalla logica del disimpegno e del mercato, anche degli affetti, per entrare in quella di un maggiore impegno e dei legami di solidarietà” perché “tutti abbiamo bisogno della relazione con gli altri”
Duecento appuntamenti gratuiti in tre giorni per riflettere sul significato dell’amare. Oltre 50 lezioni magistrali affidate a grandi protagonisti del pensiero contemporaneo, mostre, concerti, spettacoli, letture, iniziative per bambini e cene filosofiche: è il "menu" della tredicesima edizione del Festivalfilosofia (www.festivalfilosofia.it), in programma dal 13 al 15 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo. La manifestazione, che lo scorso anno ha registrato oltre 184mila presenze e in dodici anni ha raggiunto quasi il milione e mezzo, è organizzata dal "Consorzio per il festivalfilosofia". Ne abbiamo parlato con il filosofo Remo Bodei, presidente del Comitato scientifico del Consorzio.
Un Festival sulle varie declinazioni dell’"amare": perché questo verbo all’infinito?
"Il verbo ‘amare’ è energia trasformatrice: è un verbo che può portare alla felicità e alla crescita dell’individuo, ma è anche un verbo che può implicare solitudine, violenza e distruzione, fino ad arrivare all’omicidio o al ‘femminicidio’. La dinamica dell’amare è inesauribile, non può essere circoscritta. Al Festival si parlerà, ad esempio, della dialettica tra èros, agàpe e philìa ma anche delle trasformazioni dell’amare imposte dall’attualità, nella relazione tra individuo, psiche e istituzioni, per andare oltre ogni deriva sentimentalista".
La prima sezione è dedicata alle "potenze dell’anima": ci vuole un lessico, nel discorso amoroso?
"Dopo due millenni di società patriarcale e di contenimento delle emozioni, quello che abbiamo di fronte è un paesaggio largamente imprevisto, dove lo scarto tra la velocità del cambiamento e le risorse concettuali e simboliche di cui i singoli dispongono per elaborarlo nella propria esistenza solleva una vasta inquietudine, davanti alle forme contemporanee dell’amore. Per colmare questo divario bisogna riformulare il senso del lessico comune".
C’è bisogno, secondo lei, di una nuova educazione alle virtù?
"Ce n’è molto bisogno, sia nel rapporto di coppia, ma anche sul piano politico. Bisogna uscire dalla logica del disimpegno e del ‘mercato’, anche degli affetti, per entrare nella logica di un maggiore impegno, dei legami di solidarietà, del rendersi conto che tutti, al di là delle situazioni esistenziali e storiche contingenti, abbiamo bisogno della relazione con gli altri. Che non può essere una relazione di possesso, in quella patologia che consiste nel volere la ‘proprietà’ dell’altra persona. L’amare in senso pieno, invece, implica l’abbandono fiducioso alla presenza dell’altro, che ci espone anche al rischio di sentirci fragili o vulnerabili, ma al tempo stesso ‘libera’ la parte meno egoista di noi stessi".
In tema di amore si rivendicano nuovi diritti, a cui però spesso non si associano le responsabilità corrispondenti. Non è una contraddizione?
"Non si può vivere parassitariamente nell’amore: il consumo d’amore è brutto, è qualcosa che considera l’amare come ‘usa e getta’. Oggi i ruoli si sono trasformati, generi cercano riconoscimento e diritti, s’invocano nuove forme di famiglia, i media digitali inaugurano strategie inedite d’incontro, mentre una diffusa erotizzazione possessiva mostra la presa del mercato anche sull’economia del desiderio, creando nuove solitudini. Bisogna cercare dei correttivi, riscoprendo la competenza d’amare".
La potenza dell’"amare" può essere eversiva anche in politica?
"La politica ha il potere di mobilitare la gente, dando méte e indicando percorsi per il bene comune. Oggi, però, è in preda a una deriva che la fa andare per fatti propri, e proprio l’amare può diventare una forza di mobilitazione che renda i cittadini di nuovo attivi e non più passivi. In un Paese come il nostro, in cui la partecipazione politica langue, abbiamo milioni di persone impegnate nel volontariato: c’è una grande disponibilità verso le persone più vulnerabili, che se venisse ‘drenata’ come si fa con il corso di un fiume sarebbe in grado di dare nuova linfa alla politica stessa, immettendo in essa quella dose di gratuità e di dono necessarie per far ripartire l’Italia".
La stessa filosofia ha etimologicamente a che fare con l’"amare": è ancora attraente anche per le nuove generazioni?
"Il problema grosso è che oggi la filosofia è qualcosa che riguarda solo la conoscenza, l’aumento del sapere, ed è staccata dal philèin. Nel mondo antico, la filosofia aveva la capacità di ‘convertire’ la vita, di farle cambiare direzione attraverso il nesso tra la teoria e i comportamenti delle persone. Oggi dobbiamo riscoprire la capacità di rispondere non solo a noi stessi, ma anche al debito di gratitudine che abbiamo verso gli altri: genitori, maestri, figure reali e immaginarie. Siamo plurimi: dobbiamo restituire i prestiti che nella vita ci sono stati fatti dagli altri, attraverso virtù come la coerenza e la responsabilità, che è risposta a un appello".