AUTORITRATTO
Parole toccanti per la sua famiglia: “Mi sono scelto i genitori. I miei erano davvero speciali. Sono credente: penso che lassù sapessero di quali genitori avessi bisogno e mi hanno mandato. È grazie a loro che sono diventato un campione. Quei venti anni in Istria mi hanno fatto capire cosa avrei potuto fare per superare le difficoltà che ho incontrato. Ora sono un uomo felice”
Nino Benvenuti, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma nel 1960, dal 1996 il suo nome figura nella International Boxing Hall of Fame, il tempio dei migliori pugili al mondo. Risultato conseguito dopo aver conquistato nel 1967 a New York il titolo mondiale dei pesi medi contro Emile Griffith. Sua anche la Coppa Val Barker che porta via a Cassius Clay. E ci fermiamo qui perché adesso parliamo della sua vita dalla nascita fino alle Olimpiadi del 1960 a Roma, di Nino Benvenuti nato a Isola d’Istria nel 1938. Il profugo istriano ora chiede "mettetemi alle corde chiedendo" nella cornice del Wellness Town di Roma. Si riferisce al suo libro scritto a quattro mani con il giornalista Mauro Grimaldi, "L’isola che non c’è. Il mio esodo dall’Istria", (Libreria Sportiva Eraclea) con la prefazione di Rino Tommasi.
Il dolore più grande. Nino Benvenuti si svela. "Avevo tredici anni, abitavo a Isola d’Istria e andavo a Trieste per allenarmi nella Palestra pugilistica triestina. Mi rimarranno per sempre le immagini dei miei inizi, un amore che è nato in quei luoghi e lì è rimasto radicato". Gli chiediamo, prima che inizi l’incontro, quale sia stato il dolore più forte. La risposta: "Quando vennero gli emissari del governo iugoslavo dicendo che dovevamo lasciare la casa perché serviva per il loro comandante". Sua moglie, Nadi Bertorello spiega che l’idea del libro "è nata durante una chiacchierata con Mauro Grimaldi. Spesso parlavano di quanto è stata dura per un ragazzo dedicarsi allo sport in quel contesto geografico e storico. Ma si parla anche di momenti felici". Una frase del libro è emblematica: "Nella memoria di quegli anni non c’era posto per i nostri morti, per chi era stato estirpato dalla propria terra, per chi, senza una ragione, si era ritrovato senza niente. Non so cosa hanno raccontato alla gente. Se hanno detto che venivamo per rubare loro i posti di lavoro, per mangiare il loro pane, per occupare le loro case. Non lo so e francamente, dopo tanto tempo, me ne importa poco". La favola della famiglia che si ritrova davanti al camino con il padre che racconta smette di essere narrata quando "con la mia famiglia, e gli altri, ci siamo ritrovati a essere esuli in casa nostra, in Italia. Il pugilato è stato per me il supporto e le regole necessarie per cercare qualcosa di grande".
Felicità e sofferenza. Nel libro si ritrova "la parte formativa della mia vita, della sofferenza che mi ha portato a diventare un campione, oltrepassare il limite, sapere fino a quanto si può resistere. Sul ring per me è stato più facile che per altri superare le difficoltà". Parlando della sua famiglia il pugile afferma: "Mi sono scelto i genitori. I miei erano davvero speciali. Sono credente: penso che lassù sapessero di quali genitori avessi bisogno e mi hanno mandato. È grazie a loro che sono diventato un campione. Quei venti anni in Istria mi hanno fatto capire cosa avrei potuto fare per superare le difficoltà che ho incontrato. Ora sono un uomo felice". E parlando della felicità: "La formula della felicità è per ognuno di quelli che vogliono raggiungerla. Io ho espresso quello che sentivo dentro di me. Le sofferenze spinte da un amore interno non le senti. Vengono percepite dagli altri come sofferenze, per te sono situazioni naturali". Felicità e sofferenza: l’una di fianco all’altra per raggiungere una meta che si sente dentro perché "il dolore porta al traguardo. Ho scelto uno sport in cui è una componente fondamentale. Grazie alla sofferenza per quello che ho ottenuto. Lo dico ancora oggi". E i conti con la sopportazione fisica e morale Benvenuti li ha provati quando era molto giovane: "Mio fratello Eliano era prigioniero a Trieste e io facevo trenta km all’andata e altrettanti al ritorno ogni giorno in bicicletta per portargli il brodo caldo. Quando partivo era bollente, avevo ancora i calzoni corti e mi cadeva sulle ginocchia. Sento ancora quel bruciore. Ho imparato a sopportare da lì. Mio fratello mi rispondeva che la minestra era buona, ma un po’ tiepida". E per la sofferenza morale ricorda che "è un dolore atroce non aver più una tomba a cui portare un fiore. L’esodo ha distrutto una cultura: furono annientati tanto i cimiteri quanto le biblioteche".