BUCAREST

Se l’Europa cambia i cattolici non stanno a guardare” “

Dall’incontro degli addetti stampa e dei portavoce delle Conferenze episcopali in Europa emerge un volto di Chiesa che si confronta, con rispetto ma senza timori, con le molteplici sfide del terzo millennio. Fitto confronto sulle conseguenze non solo economiche della recessione, sull’impatto dei cosiddetti “nuovi diritti”, sulla “teoria del genere” e sulle frontiere della bioetica e del fine vita

Una realtà ecclesiale presente e partecipe della vita sociale e culturale nelle diverse nazioni europee. Una comunità credente che si lascia interrogare dalle grandi trasformazioni in atto nell’economia, nella politica, nei costumi, e al contempo sa mobilitarsi laddove la dignità umana, la solidarietà, la famiglia, sono poste in discussione, se non minacciate. Dall’incontro degli addetti stampa e dei portavoce delle Conferenze episcopali in Europa, in corso (12-15 giugno) a Bucarest, emerge un volto di Chiesa che si confronta, con rispetto ma senza timori, con le molteplici sfide del terzo millennio.

Scambi di esperienze. Sono una cinquantina i presenti nello splendido monastero carmelitano della periferia della capitale romena, in rappresentanza di oltre venti Conferenze episcopali. I portavoce, aiutati dagli interventi di esperti di varie discipline, si stanno confrontando sulle conseguenze non solo economiche proveniente dalla recessione, sull’impatto dei cosiddetti "nuovi diritti", la "teoria del genere", le frontiere della bioetica e del fine vita. Fitti gli scambi di esperienze su specifici eventi che hanno di recente interessato alcuni Paesi, come le leggi che introducono negli ordinamenti di Francia e Regno Unito il matrimonio omosessuale, oppure il referendum svoltosi in Austria contro i "privilegi" della Chiesa cattolica. Particolarmente incisivi i contributi portati da monsignor Piotr Mazurkiewicz, del Pontificio Consiglio per la famiglia (su eutanasia, teoria del genere, libertà religiosa), da Andrea Pin, giurista dell’Università di Padova (diritti, sistemi giuridici, ruolo della politica) e da Manfred Spieker dell’Ateneo di Osnabrück (il linguaggio della cultura della morte).

Mobilitare le coscienze. Sull’esperienza dirompente dell’introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso in Francia ha riferito monsignor Bernard Podvin, portavoce dei vescovi d’Oltralpe. Dopo aver ripercorso l’origine della proposta legislativa, legata alla vittoria del presidente François Hollande che ne aveva fatto un suo punto programmatico, e la reazione registrata in ampia parte dell’opinione pubblica francese, Podvin ha indicato le tappe della mobilitazione contro tale legge, partita dagli ambienti cattolici e progressivamente estesasi a più ampie frange della popolazione, tanto da dar vita, nei primi mesi di quest’anno, a due imponenti cortei a Parigi e alla raccolta di 700mila firme. Ma dal mondo politico e parlamentare non si sono registrate le dovute attenzioni alle voci della piazza, alle innumerevoli iniziative "dal basso" promosse dalla realtà ecclesiale e civile. Moltissimi, in particolare, i giovani che hanno aderito a tali iniziative, desiderosi – è uno dei messaggi portati da monsignor Podvin – di essere protagonisti in una fase delicata per la vita della Francia. La sensazione, trasmessa dal relatore, è che si sia forse persa una battaglia legislativa, ma sia stata ben superata la prova sul versante della mobilitazione delle coscienze, individuali e collettiva, anche in vista di future sfide attese prossimamente sempre nel campo dei diritti.

Dentro e fuori il palazzo. Anche la Chiesa cattolica britannica, affiancata a quella anglicana, si è opposta, proprio negli ultimi tempi, al varo di una legge per i matrimoni gay. Ne ha parlato Maggie Doherty, dell’Ufficio stampa della Conferenza episcopale d’Inghilterra e Galles. In questo caso la spinta verso la novità legislativa è venuta dal governo conservatore e dallo stesso premier David Cameron, appoggiato dagli alleati liberaldemocratici, forse anche a dimostrare che talune derive etico-legislative non hanno una specifica colorazione politica. Nell’isola si è verificato un convergere di riflessioni sul piano culturale e antropologico, di azioni intese a mobiliare i cittadini nel senso della difesa dell’istituto della famiglia. Anche in questo caso, però, nonostante le 650mila firme contrarie alla nuova norma, i deputati e i lord non hanno mostrato adeguata attenzione a ciò che stava avvenendo fuori dal "palazzo".

Referendum naufragato. L’esperienza austriaca non è da meno. Dopo gli scandali legati agli abusi sessuali che hanno messo in seria difficoltà la Chiesa del Paese, sono cresciute le polemiche attorno alla religione cattolica, che hanno infine portato all’indizione di un referendum contro i "privilegi ecclesiastici" – come ha riferito Paul Wuthe, direttore dell’agenzia Kathpress. A un ben orchestrato assalto mediatico nei confronti della cattolicità – la quale è parte essenziale del profilo storico nazionale -, la Chiesa di Vienna ha risposto seguendo varie strade. La prima, sul versante interno, è stata a una reazione interna, forte e severa, contro gli stessi abusi sessuali; quindi la Chiesa ha evitato di prestare il fianco ai promotori del referendum stesso, lasciando loro replicare da alcuni esperti e laici; oltre a ciò, è stata realizzata una campagna per la trasparenza delle finanze ecclesiali, rendendo note tutte le entrate e le uscite di parrocchie e diocesi austriache. Trasparenza, impegno solidale e una comunicazione efficace hanno portato – è questa la conclusione tratta da Wuthe – la comunità ecclesiale a ritrovare ampia credibilità presso l’opinione pubblica e il referendum stesso non ha avuto seguito presso gli austriaci.

a cura di Gianni Borsa – inviato Sir Europa a Bucarest