DAL CARCERE DI REBIBBIA A...
Sono ventuno i detenuti coinvolti in questa particolarissima esperienza di spiritualità dalla Confraternita di San Jacopo di Compostella. E pazienza se la sera bisogna passare dai carabinieri per la firma di rito. Resta il sapore della libertà
Tre percorsi, un’unica destinazione. È cominciato il 6 giugno il pellegrinaggio di 21 detenuti del carcere romano di Rebibbia lungo la via Francigena, la via Francigena del Sud e la via Amerina, per giungere mercoledì 12 in piazza San Pietro a Roma. Accompagnati dai pellegrini della Confraternita di San Jacopo di Compostella, tre gruppi, uomini e donne, partiti da Radicofani, da Montecassino e da Assisi, cammineranno per sette giorni percorrendo più di 150 chilometri. A piedi.
In cammino. Lo zaino leggero, solo l’essenziale. Le scarpe comode non eviteranno le vesciche. Le gambe saranno l’unico sostegno, i piedi l’unico motore. A guidare un solo ritmo, quello del cuore, del proprio fiato. Lo sguardo sempre avanti, alla meta. Il pellegrino che si prepara al viaggio sa che potrà contare solo sulle proprie forze. Lo hanno imparato anche Maurizio, Vincenzo, Nika, Rita e Nadila, che ieri mattina, di buon’ora, hanno intrapreso il loro viaggio da Radicofani. Percorreranno a piedi, in sette giorni, 168,3 chilometri lungo la via Francigena. "Ieri siamo partiti anche prima del previsto perché non vedevamo l’ora di metterci in cammino", ci confida Maurizio Ciocchetti, confratello pellegrino che accompagnerà il gruppo fino a Roma per incontrare il Papa. La sera di mercoledì 5 giugno i pellegrini si sono incontrati per la prima volta. Insieme hanno partecipato alla Messa, hanno recitato le preghiere e preso parte alla tradizionale lavanda dei piedi, il "battesimo" del pellegrino. Poi, finalmente, la consegna della Credenziale, il "documento d’identità" che ogni pellegrino riceve a testimonianza del viaggio. Giovedì mattina, alle 7 in punto, è cominciato il cammino.
Pellegrini e basta. Un’occasione di "reinserimento nella società", un "percorso rieducativo" per detenuti, da compiere attraverso la fatica, l’impegno, ma anche l’accoglienza, la solidarietà, la condivisione. Il pellegrinaggio giudiziale promosso dalla Confraternita di San Jacopo di Compostella, affonda le radici in una pratica di recupero antica. Diffuso in particolare nei Paesi del Nord Europa, il "pellegrinaggio forzato" dei detenuti verso luoghi santi era una pena alternativa al carcere, il cui impegno e lunghezza erano proporzionati alla gravità del reato commesso. Dagli anni Ottanta la pratica del cammino come "purificazione" è stata riadottata in Belgio, dove alcuni giudici propongono ai detenuti il pellegrinaggio fino a Santiago de Compostela (2.500 chilometri) come pena alternativa. L’iniziativa della Confraternita di San Jacopo, intrapresa per la prima volta nel 2011, è unica nel suo genere in Italia. "Si è visto che ad anni dall’esperienza vissuta le persone, oltre a non ricadere nelle pene che le avevano portate in carcere, hanno cambiato significativamente la propria vita", spiega Ciocchetti che da anni percorre a piedi le vie che portano a Roma o a Santiago. "Spesso – racconta – i detenuti cominciano il cammino con un po’ di diffidenza. Ma quando capiscono che non sono diversi da noi, che si è un gruppo che cammina insieme, si aprono, ci donano le loro storie". Lungo il cammino, i pellegrini trovano accoglienza presso parrocchie, conventi o enti religiosi. A ogni sosta, i detenuti devono fermarsi dai Carabinieri di zona per il rito della firma, "un momento sempre traumatico – confessa Maurizio – perché ogni volta devono ritornare a fare i conti con la propria condizione". Ma sulla strada le differenze non esistono. "Sulla via s’incontrano altri pellegrini, e non importa chi si è e cosa si è fatto perché sulla strada si è pellegrini e basta". Pellegrini, però, con una coscienza del tempo e dello spazio diversi, una vita scandita da regole e da spazi stabiliti. "All’improvviso si trovano su una strada senza barriere, senza limiti – confessa Ciocchetti – col solo obiettivo di raggiungere una meta. Capiscono che la libertà è qualcosa di tangibile, di fisico".
Sempre avanti. "È il mio primo permesso dopo tre anni. Una vera occasione. È bellissimo", ci racconta al telefono Maurizio, detenuto a Rebibbia. "L’unico pensiero è camminare – dice – non sto pensando ad altro, è la prima volta che cammino spensierato. Neanche il pensiero di dover rientrare mi pesa". "Sto pensando tantissimo, camminare aiuta", ci confida invece Vincenzo: "È faticoso ma lo faccio volentieri, è un impegno che ci siamo presi; per me si tratta di un fioretto. Lo dedico a mia madre che non sta bene". Diverse le motivazioni che guidano ogni pellegrino. "Ho deciso di farlo perché è un’occasione per stare fuori da dove stiamo", dice in tutta onestà Nika. "Ho voluto partecipare per rafforzare la mia fede", confessa, affaticata ma gioiosa, Nadila: "È fantastico, viaggio con la mente e so che non sono sola. Non sto pensando a quando arriveremo: sto pensando a ora, a oggi, a questo momento. Domani è un altro giorno e non posso programmare l’emozione". Ultreya, si salutano i pellegrini di Santiago incontrandosi sulla via: "Sempre avanti".
a cura di Marta Fallani