CAMBIANO LE MIGRAZIONI

Questo è il tempo” “dei migranti “forzati”

Nel documento presentato oggi dal Pontificio Consiglio e da Cor Unum, dal titolo “Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate”, l’invito alla cooperazione come nuovo volto della “carità globale”

La migrazione forzata costituisce oggi una realtà variegata e complessa, a causa dei molteplici fattori che la determinano: problemi politici e di debolezza istituzionale, le persecuzioni razziali o religiose, la tratta degli esseri umani per vari scopi (lavoro, sesso, trapianto di organi…), i disastri ambientali, le guerre. L’approccio al tema è ormai cambiato e, al tempo stesso, le misure di protezione delle vittime delle migrazioni forzate (rifugiati, profughi, persone trafficate e coinvolte nella tratta…) devono essere sempre più estese e diversificate per affrontare un fenomeno, ormai divenuto di massa.
Il documento pubblicato e presentato oggi dal Pontificio Consiglio per i migranti e gli itineranti e da Cor Unum, dal titolo "Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate", entra in questa complessità del volto delle migrazioni forzate con diversi obiettivi. Anzitutto ritrovare nel volto di ogni persona migrante per forza (rifugiato, profugo, vittima di tratta, …) o senza una città (apolide) il volto di una persona da tutelare nella sua dignità e nel suo cammino, riconoscendo in essi il volto stesso di Cristo. Nel discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, il 24 maggio scorso, Papa Francesco ha invitato a non dimenticare "la carne di Cristo che è nella carne dei rifugiati: la loro carne è la carne di Cristo".
In secondo luogo, il documento invita a ripensare l’accoglienza e l’ospitalità alla luce della complessità di questo nuovo fenomeno. Un’accoglienza che non è tanto un compito, un semplice dovere personale, "quanto un modo di vivere e condividere" (n.82), di riorganizzare la propria vita personale e familiare, ma anche la vita di una parrocchia, di un istituto religioso, di un’associazione, di una città, di un Paese, di un Continente, del Mondo. Le migrazioni forzate oggi chiedono effettivamente ed efficacemente di pensare globalmente e di agire localmente, di ripensare la nostra cittadinanza dal locale al globale, per riconoscere come propri i problemi e le situazioni drammatiche di almeno 50 milioni di persone al mondo. Le migrazioni forzate chiedono poi di rafforzare la cooperazione internazionale: non si può affrontare una realtà che rende ai trafficanti di esseri umani 32 miliardi di dollari con un investimento di poche centinaia di milioni di dollari.
La cooperazione è il nuovo volto di una consapevolezza forte di un’interdipendenza tra persone e popoli che chiede una condivisione più ampia di risorse economiche, sociali e sanitarie che possano sostenere il cammino forzato di molte persone e famiglie. Al tempo stesso la cooperazione è il nuovo volto di "una carità globale", a cui nell’enciclica "Deus caritas est" richiamava Benedetto XVI. L’incontro ormai frequente nelle nostre comunità cristiane con persone in fuga – rifugiati, vittime di tratta, apolidi – chiede una capacità di riconoscere e accompagnare i nuovi migrantes, oltre che di costruire nuovi cammini pastorali, perché la cura dell’altro si rinnovi, alla luce anche delle preziose indicazioni che il documento Pontificio ci regala in questo tempo di crisi. È facile, infatti, di fronte alla fatica dell’incontro, della novità e complessità del confronto, chiudere le porte e rinunciare a un accompagnamento a cui questo tempo, meraviglioso e perverso al tempo stesso – come amava dire Paolo VI – stimola le nostre coscienze personali ed ecclesiali.

(*) direttore generale Fondazione Migrantes