LA CRISI VISTA DALLE CITTÀ DELL'INDUSTRIA/3

Trieste la “ricca”” “si scopre” “senza lavoro

La crisi ha colpito duro. Lo testimonia la disoccupazione salita al 6,5% e praticamente raddoppiata in pochissimo tempo. Il sistema produttivo è in gravissimo affanno: in totale sono stati persi 8mila posti di lavoro nell’edilizia e diverse migliaia nell’industria e nell’indotto. C’è poi la concorrenza fiscale di Slovenia e Austria. Per lunedì 10 giugno, Cisl, Cgil e Uil hanno indetto una manifestazione regionale a Udine. L’arcivescovo Giampaolo Crepaldi invoca maggiore “coesione sociale”

Una città dai tratti "nobili", con palazzi di foggia classica perfettamente conservati, strade ordinate e pulitissime, eleganza ovunque, che giustifica la posizione sempre molto alta (entro le prime dieci) nelle classifiche nazionali sulla qualità della vita: questa è oggi Trieste, capoluogo della Regione Friuli-Venezia Giulia. Eppure la crisi "morde" anche qui, con dati sorprendenti se confrontati con quanto appare visitando la città, dove sembra che tutto vada bene. Per lunedì 10 giugno, Cisl, Cgil e Uil hanno indetto una manifestazione regionale a Udine, denunciando "il drammatico aumento della disoccupazione e la crisi dell’apparato produttivo" della regione. Cosa sta succedendo nella seconda città in Italia per reddito medio dopo Milano? È giustificato l’allarme del presidente nazionale di Confindustria, Squinzi, che recentemente ha parlato di un Nord che rischia il tracollo? "L’allarme è più che giustificato – spiega Gianfranco Zanolla, presidente della Commissione diocesana per la pastorale sociale, il lavoro e la salvaguardia del creato -, basti pensare che in regione, su un milione e 226mila abitanti, gli occupati sono 508 mila, quelli in cerca di lavoro 35 mila, con un tasso di disoccupazione del 6,5%. Fino a pochi anni fa, prima della crisi, da noi i disoccupati erano tra il 2 e il 3%, cioè un tasso ritenuto ‘fisiologico’, quasi ottimale".

In pochi anni persi migliaia di posti. Il segretario regionale della Cisl, Luciano Bordin, porta l’attenzione sul fatto che la crisi c’è e colpisce prevalentemente il settore industriale che è già "sottodimensionato" rispetto alla media nazionale, oltre a quello edile, che è quasi "fermo": "Da noi – spiega – il Pil prodotto dall’industria rappresenta circa il 10% del totale, mentre nella regione raggiunge il 20%. Siamo una città ‘vecchia’, col 47% della popolazione in pensione; con un terziario molto sviluppato dove la pubblica amministrazione occupa il 30% della forza lavoro, l’altro 30% è costituito da banche e assicurazioni, su tutte le Generali e Allianz, e il restante commercio, cooperazione, non-profit e porto". Tra le industrie più significative, Bordin cita Fincantieri con la sede di Monfalcone, "il cantiere più grosso e moderno d’Italia, che però in pochi anni è sceso da 6.500 a 2.500 dipendenti, esternalizzando la maggioranza dei servizi". Richiama altri nomi di aziende importanti, quali Wartsila Italia (ex-Grandi Motori acquisita dai finlandesi), la Ferriera di Servola che fa capo al gruppo Severstal-Lucchini, a rischio di chiusura e "salvata" proprio giovedì dal Governo Letta con l’inserimento fra le aree di crisi della siderurgia, ma con seri problemi di riconversione e di recupero ambientale. E ancora, le società Sertubi, Linde Gas, Danieli, Electrolux, insieme al "distretto della sedia" e quello della coltelleria. "In tutto – continua il sindacalista – si tratta di alcune migliaia di lavoratori in cig, oppure a rischio di messa in mobilità o licenziamento". In totale sono stati persi 8 mila posti di lavoro nell’edilizia e diverse migliaia nell’industria e nell’indotto. "Per Trieste è un vero ‘dramma’, perché mai avevamo avuto un crollo così rapido di occupati, al momento senza speranza di ripresa", conclude Bordin sconsolato.

La "concorrenza" di Slovenia e Austria. Un insieme di altre ragioni, per la crisi dell’industria e dell’economia triestina, le spiega il direttore della Confindustria, Paolo Battilana. "Siamo la più piccola provincia d’Italia, con un settore industriale fino a pochi anni fa molto forte. Ebbene – dice – soffriamo per il gap fiscale con la vicina Slovenia, come per il marketing attrattivo della Carinzia, la zona più meridionale dell’Austria. Così dobbiamo difendere le industrie che abbiamo, le quali soffrono insieme al terziario avanzato, specie quello assicurativo, della cronica carenza di infrastrutture viarie e di trasporto. Quello che servirebbe è una robusta fiscalità di vantaggio e sviluppo, per rendere attrattivo l’insediamento nel nostro territorio, oltre a decisi interventi infrastrutturali da tutti invocati. Senza parlare del porto, che costituisce un asset importante per il quale occorrerebbero politiche di deciso sviluppo". Dal canto suo, la presidente provinciale delle Acli, Erica Mastrociani, sottolinea l’importanza della cooperazione sociale, "molto forte in città, ma che oggi – dice – rischia di morire di asfissia perché vengono meno importanti commesse specie del settore pubblico". "La città – prosegue – nasconde bene la crisi, ma la sua dimensione e profondità stanno crescendo in maniera preoccupante. Ce ne accorgiamo ai nostri Caf dove curiamo le dichiarazioni dei redditi, sempre più ‘magre’".

L’appello del vescovo alla "coesione". Cosa dice la Chiesa triestina di fronte a questa situazione, mentre aumentano i poveri che bussano alla Caritas per avere un pasto? "Non si tratta solo di stranieri, ma sempre più di italiani che non ce la fanno", sottolinea Claudio Fedele dell’ufficio stampa diocesano. L’arcivescovo monsignor Giampaolo Crepaldi, già direttore dell’ufficio nazionale Cei di pastorale sociale e poi in Vaticano al Pontificio consiglio Giustizia e pace, il 1° maggio scorso ha parlato di "crisi gravissima" che esige di "cambiare marcia, con una rinnovata assunzione di responsabilità" da parte di banche, imprese, sindacati, società civile, comunità politica. Il suo appello è per una più forte "coesione sociale" e "soprattutto di quella spirituale e culturale dei nostri popoli che hanno saputo compiere nel tempo memorabili opere di promozione umana". Un appello quindi che fa leva sulle migliori risorse di inventiva, tenacia, laboriosità che hanno fatto nei secoli di Trieste una delle città più belle e ricche d’Italia. Che il vescovo definisce "città nobile, generosa e solidale".