TURCHIA IN PIAZZA

Dalla minoranza cristiana” “appello alla moderazione

In oltre 60 città la popolazione è scesa in piazza. Una reazione dal sapore politico che intende porre un freno alla graduale islamizzazione del Paese. Da parte cattolica si osserva che nel popolo emerge il timore “di andare verso uno Stato a carattere religioso”

Si chiama parco "Gezy" e rischia di diventare la miccia che potrebbe fare esplodere la Turchia. Questo polmone verde di Istanbul è stato scelto, dal premier Tayyip Erdoðan, come sede per l’edificazione di un centro commerciale. Con le ruspe pronte già a sradicare 600 alberi, un gruppo di attivisti, il 31 maggio, si è mosso bloccando l’inizio dei lavori all’interno del parco che si trova proprio dietro piazza Taksim, il cuore della città. Sit in, inizialmente pacifici, sono stati duramente e brutalmente repressi dalla Polizia che pure aveva transennato la zona, portando i manifestanti ad occupare la piazza vicina e a riversarsi lungo la principale arteria pedonale di Taksim, Ýstiklal Avenue o nelle strade vicine. Lacrimogeni, spray urticanti, manganellate, idranti non sono bastati alla Polizia per disperdere le migliaia di manifestanti che richiamati dai social network Twitter e Facebook continuavano a radunarsi e non solo ad Istanbul.

Rischio islamizzazione? Secondo alcuni commentatori il numero dei tweet inviati il 1 giugno sono stati 27,5 milioni, contro la media giornaliera dei 9-11 milioni. Le proteste sono dilagate in oltre 60 città turche trasformandosi in manifestazioni politiche contro il premier, reo di voler islamizzare il Paese. L’approvazione, proprio di recente, di leggi che vietano le effusioni nei luoghi pubblici, il consumo di alcolici in prossimità delle moschee e delle scuole, e la vendita dalla sera all’alba, sono state, infatti, apertamente contestate dalle forze laiche che temono la re-islamizzazione del Paese che Ataturk, il padre della Turchia moderna, aveva concepito e voluto laico. Depositario di questa laicità è ancora oggi l’Esercito. Una protesta, dunque, che sta assumendo sempre più una valenza politica, al punto che c’è già chi si affretta a stabilire delle analogie tra piazza Tahrir del Cairo e piazza Taksim di Istanbul, dimenticando, forse troppo in fretta, che in Turchia vige la democrazia e che chiunque dissenta dalle decisioni del Parlamento eletto e del Governo può scegliere una coalizione diversa alle prossime elezioni amministrative e presidenziali, che si terranno nel 2014. Quando in ballo ci sarà anche un possibile referendum sulla nuova carta costituzionale. Nelle ultime votazioni, svoltesi nel giugno 2011, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) del premier Erdogan ha riportato quasi il 50% dei suffragi, il 26% al Partito repubblicano del popolo (Chp) e il 5,5% al Partito di Azione nazionalista (Mhp).

L’appello alla moderazione delle comunità cristiane. In questa fase le comunità cristiane turche, una esigua minoranza, non sono coinvolte, come afferma monsignor Louis Pelatre, vicario apostolico di Istanbul, per il quale le proteste vedono protagonisti gli studenti che godono dell’appoggio di settori legati ai vecchi apparati kemalisti. Ma dietro le manifestazioni, aggiunge, "non si intravvede finora una reale alternativa politica al partito al potere, che rimane forte e gode dell’appoggio della maggioranza della popolazione", mentre l’esercito – in passato decisivo nella definizione degli assetti politici turchi – mantiene una posizione defilata. Le accuse di islamizzazione che ad Erdogan giungono da varie parti lo potrebbero indurre ad un cambio di strategia, lasciando maggiore spazio a quelle forze non islamiste che pure appartengono al suo partito, l’Akp. "C’è da sperare che i fatti di questi giorni alimentino in tutti lo spirito di moderazione, e non l’autoritarismo" è l’auspicio del vicario che ribadisce come "in politica sia sempre saggio seguire la prospettiva del compromesso per armonizzare le spinte e gli interessi rappresentati dai diversi settori della società". Alla "moderazione e al dialogo" si appella anche monsignor Ruggero Franceschini, presidente della Conferenza episcopale turca (Cet). Da Iskenderun, "dove le proteste non sono ancora esplose" il presule, che è anche arcivescovo di Smirne, giudica le manifestazioni come un segno del "timore del popolo di andare verso uno Stato a carattere religioso". La forte crescita economica di questi ultimi anni, governata proprio dal partito del premier Erdogan, – è il parere di molti analisti – potrebbe non bastare più per evitare al suo Governo un forte scossone.