SETTIMANA SOCIALE
A Lamezia Terme l’ultimo dei seminari in preparazione all’evento torinese (12-15 settembre), promosso dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali e dalla diocesi. Un cantiere di proposte innovative
Tra famiglia e lavoro non vi deve essere conflitto. Al contrario, i due termini richiamano un’alleanza: senza lavoro è difficile formare e mandare avanti una famiglia, la quale, d’altra parte, ha esigenze che non possono essere lasciate in secondo piano. A questo binomio dedicherà una specifica attenzione la prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani (Torino, 12-15 settembre 2013), come già si riscontra nel Documento preparatorio. Su "Famiglia e lavoro, luoghi generativi di cittadinanza e futuro" si è concentrato ieri a Lamezia Terme l’ultimo dei seminari in preparazione all’evento torinese, promosso dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali e dalla diocesi locale.
Fondamenta del vivere civile. Famiglia e lavoro sono due parole che "si rafforzano reciprocamente", "due pilastri decisivi della nostra società, fondamenta costituzionali del vivere civile", ha esordito Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, ricordando che "siamo una Repubblica fondata sul lavoro", il quale è "fattore di cittadinanza". Ma, al tempo stesso, "la Costituzione riconosce la famiglia: non la istituisce, l’ha già di fronte a sé e non può modificarne la natura". Riconosce la famiglia fondata sul matrimonio, che richiama il "dono della maternità", ha precisato, nel saluto iniziale, il vescovo di Lamezia monsignor Luigi Antonio Cantafora. Perciò, rispetto alle "acrobazie di pensiero" che in questi anni si vanno sperimentando, "la realtà – ha sottolineato il vescovo – è un’altra", fatta dell’unione tra un uomo e una donna.
Famiglia, lavoro e società. "Fare famiglia – ha aggiunto Belletti – significa fare società: quando ci si sposa si cambia stato civile". Dunque, se la famiglia ha un valore pubblico, il lavoro deve tenerne conto, e "il suo valore economico non è svincolato dal fatto che i lavoratori sono persone che vivono in famiglia". Con il loro stipendio non mantengono solo se stessi e, nel corso della giornata, hanno obblighi che travalicano la dimensione lavorativa, che siano uomini o donne, operai o dirigenti. No, dunque, a riunioni di lavoro che cominciano dopo le cinque di pomeriggio, come peraltro è già prassi in altri Paesi europei, ha suggerito il presidente del Forum, inquadrando il rapporto famiglia-lavoro in una "nuova alleanza tra famiglia e società". "Oggi – ha rimarcato il segretario del Comitato scientifico delle Settimane Sociali, suor Alessandra Smerilli – abbiamo bisogno di rileggere in modo nuovo il rapporto famiglia-lavoro, riconoscendo la famiglia come soggetto centrale per il bene comune, per il futuro del Paese", sapendo che "dalle crisi si esce con innovazioni", come già fece san Benedetto in un’"età oscura", proponendo all’Europa "una concezione cristiana del lavoro".
Il contributo dell’imprenditoria locale. Per descrivere in maniera virtuosa questo rapporto tra famiglia e lavoro, il seminario lametino ha portato ad esempio tre casi d’imprenditoria locale a dimensione familiare. Partendo da Maria Teresa Morano, "imprenditore libero perché ha fatto la scelta di denunciare il pizzo", e che oggi presiede la Federazione delle associazioni antiracket italiane. "Oggi è possibile fare una scelta di libertà, mentre un tempo dire no alle richieste della criminalità significava ‘lasciarci le penne’", ha affermato Morano. Merito – a suo dire – anche delle numerose associazioni antiracket sorte negli ultimi vent’anni, che hanno dimostrato "di riuscire a restare accanto all’imprenditore che denuncia la richiesta di estorsione, accompagnandolo in un percorso di riscatto". Marco Maiorana, titolare di un’azienda agricola che per lui è una "famiglia molto allargata", dichiara d’impostare la sua attività secondo uno "spirito di condivisione", quello stesso spirito che, qualche tempo fa, lo ha portato a "essere coinvolto in un progetto di sviluppo agricolo" a Kampala, in Uganda. E proprio da quest’esperienza sono maturate in lui "riflessioni legate al modello di sviluppo e all’organizzazione sociale", che in Africa sono così diversi rispetto ai nostri, ma "forse più funzionali, perché lì la famiglia non viene mai persa di vista". Infine Francesco Sirianni, che guida un’azienda familiare giunta alla terza generazione, ha sottolineato "l’impatto sociale positivo" che ha sul territorio la piccola e media imprenditoria. Convinto che l’impresa familiare sia "un’istituzione orientata al lungo periodo, perché vive responsabilmente i problemi del mercato e le sue conseguenze". Produce lavoro, e al tempo stesso "produce famiglia".
a cura di Francesco Rossi, inviato Sir a Lamezia Terme