LA LEZIONE DI ALDO MORO
Il 9 maggio del 1978, 35 anni fa, fu ucciso dalla Brigate Rosse, dopo una lunga prigionia, il presidente della Democrazia Cristiana. Ai suoi tempi la grande questione era l’assenza di alternanza. Oggi, dopo vent’anni di alternanze inconcludenti, siamo alla ricerca della stabilità. E così ritorna il tema della complessità, constatato il fallimento della logica binaria e contrappositiva in cui siamo immersi
Sono passati 35 anni, lo spazio di una generazione matura. Eppure l’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro, il 9 maggio del lontano 1978, ce lo fa ancora più presente, in questo momento di transizione. E non solo perché da 35 anni si continua a discutere della sua morte, uno dei più eclatanti omicidi politici consumati nelle democrazie occidentali dal secondo dopoguerra. Sono state scritte biblioteche sui misteri d’Italia e ancora se ne parla appassionatamente, anche se forse la verità è proprio quella, orrenda e banale che è stata oggetto di più di una sentenza.
Ma oggi, in un momento di passaggio, di cambiamento, di crisi, di incertezza è piuttosto sulla sua vita politica che vale la pena di tornare a ragionare. A partire da un paradosso. Ai tempi di Moro la grande questione era l’assenza di alternanza. Oggi, dopo vent’anni di alternanze inconcludenti, siamo alla ricerca della stabilità. Che è il vero problema dell’Italia, un problema di sostanza, e non di forma del sistema politico, un problema che non può essere risolto con l’ingegneria istituzionale, con le formule e i sistemi elettorali, ma con la capacità e la qualità dei politici.
Ecco allora la lezione di Moro che sinteticamente si può definire la disponibilità e la capacità a fare i conti con la complessità, con le contraddizioni della storia, secondo una linea attenta a cogliere (e intervenire) sui cambiamenti. Che è poi la prospettiva della Democrazia cristiana, la sua eredità migliore, ormai ad oltre vent’anni dalla sua dissoluzione.
Della Dc, che ha saputo guidare e interpretare, Moro ha sempre puntato a promuovere l’unità, ma anche l’iniziativa. Serviva persuadere, coinvolgere, responsabilizzare, con pazienza e determinazione. Così sono rimasti famosi i suoi discorsi lunghissimi, come quello di sei ore al congresso di Napoli, per portare la Dc unita al governo di alleanza con i socialisti nel 1962. Ecco allora le sue formule apparentemente oscure e contraddittorie, come le famose "convergenze parallele": il non-senso geometrico serviva per spiegare l’alleanza tra diversi che tali rimanevano, ma dovevano collaborare.
Sembra il contrario delle regole della comunicazione che oggi imperano, per cui tutto si consuma in un tweet. Ma la suggestione deve essere raccolta, per costruire strumenti e prospettive nuove. Perché oggi ritorna il tempo della complessità, constatato il fallimento di una logica binaria, contrappositiva in cui siamo immersi. "Studiare Aldo Moro per capire l’Italia" è intitolato il convegno storico che accompagna l’anniversario.
Padroneggiare la complessità oggi è indispensabile per governare. Si parla infatti di "multi level governance", cioè si constata, in Europa, che esistono molti livelli di azione di governo, che devono essere tra loro coerentemente gestiti. E non solo molti livelli in senso verticale, dal locale al sovra-nazionale, ma anche sul piano orizzontale, quello che articola pubblico, privato e privatosociale. Per rispondere adeguatamente a un pressante bisogno di rappresentanza, così come di efficacia e di efficienza.