LA CAMPAGNA "UNO DI NOI"
È partita anche nell’isola, con un appello sul sito della Conferenza episcopale cattolica, la raccolta di firme. Sono coinvolte tutte le organizzazioni cristiane che si battono per la vita. Parlano Josephine Quintavalle, di “Corethics” e Andrea Minichiello Williams di “Christian concern”
"Uno di noi" anche in Inghilterra. "Incoraggio e invito chiunque abbia a cuore la inviolabilità e la dignità di ogni vita umana, dal momento del suo concepimento, a partecipare alla raccolta di firme", ha detto a Silvia Guzzetti per Sir Europa l’arcivescovo Peter Smith di Southwark, responsabile del settore vita per la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles. L’appello, rivolto a cattolici e non, si trova sul sito della Chiesa cattolica inglese (www.catholic-ew.org.uk/) – e punta a raccogliere 54mila firme entro fine ottobre. Mobilitate quasi tutte le associazioni cristiane che fanno parte del movimento per la vita.
Un ritardo giustificato. "Benché fossimo al corrente, fin dall’inizio di quest’anno, della campagna "Uno di noi", abbiamo voluto aspettare qualche settimana per essere sicuri che il sistema online europeo funzionasse bene", spiega Josephine Quintavalle, del gruppo di pressione "Corethics", che si batte, da sempre, a favore della vita. "Il metodo via Internet è il modo migliore di raggiungere gli inglesi che amano la tecnologia mentre la raccolta di firme fuori dalle chiese non funziona bene", spiega la fondatrice di "Corethics" secondo la quale, fino ad oggi, sono state raccolte circa 6mila firme. Secondo la Quintavalle lo slogan scelto dal movimento per la vita italiano è "geniale perché comunica subito l’idea che l’embrione è una persona e lo rimette al centro dei nostri obiettivi". "Siamo impegnati in diverse iniziative contro l’aborto o l’eutanasia ma è importante ritornare alle radici e far coincidere la vita umana con il concepimento dell’embrione", spiega la fondatrice di "Corethics". Secondo Josephine Quintavalle la difficoltà maggiore della campagna è convincere gli inglesi a collaborare con i loro colleghi europei del movimento per la vita "perché è forte qui una mentalità isolana". Quarant’anni fa, quando venne concepita con Ivf Louise Brown, il pubblico era scioccato dall’idea di usare embrioni per fare esperimenti, ma oggi molti accettano o ignorano che questo accada ed è grazie a un Paese come l’Italia che vengono denunciati questi sviluppi.
Una campagna non solo cattolica. Secondo il vescovo Kieran Conry, di Arundel e Brighton, nel sud di Inghilterra, "persino dottori e infermieri e altri membri della professione medica, che sono a favore dell’aborto, riconoscono che l’embrione è vita umana, anche se non arrivano al punto di definirlo una persona. Il problema è che il nostro punto di vista – l’idea che l’embrione abbia i diritti di una persona – può essere scartato come una convinzione religiosa, piuttosto che preso in considerazione come una seria questione umana e morale". Riguardo poi all’embrione, il vescovo dice: "Di solito non facciamo attenzione a quello che non vediamo. Poiché l’embrione non si presenta come essere umano, tendiamo a ignorarlo. Lo stesso capita con la sofferenza che esiste in Africa o Medio Oriente, che non riesce a toccarci da vicino". "La legislazione è molto liberale qui in Gran Bretagna, dove nacque, nel 1978, Louise Brown, la prima bambina concepita con l’Ivf", conclude il vescovo Conry. "Abbiamo cominciato a perdere il contatto con le nostre radici cristiane prima che in altri Paesi europei e quindi è più difficile difendere valori come i diritti dell’embrione".
Le firme ci saranno. A non avere dubbi che Inghilterra e Galles raggiungeranno le 54mila firme è l’avvocatessa Andrea Minichiello Williams, che ha fondato "Christian concern", una organizzazione evangelica protestante che si batte perché il Regno Unito recuperi le proprie radici cristiane. "Sempre più spesso le realtà dell’aborto e della sperimentazione sugli embrioni vengono viste per quello che sono e vengono denunciate", spiega l’avvocatessa Minichiello-Williams. "Il fatto che bambini prematuri di 22 settimane vengano salvati, mentre l’aborto è consentito fino a 24 settimane, dimostra quanto disumana sia la nostra legislazione".