SUGGESTIONI ECONOMICHE
Qualche proposta su dove tagliare e limare. E suggerimenti sui settori strategici per il mercato interno sui quali è necessario tornare a investire
Su come spendere i denari pubblici, la lista che ha di fronte il nuovo governo Letta è lunga, continuamente aggiornata da più parti e incessantemente promossa da chi intende beneficiarne. Incentivi alle aziende, all’export, all’occupazione, agli esodati e a chi ha perso il lavoro; alle energie pulite e alle spese degli enti locali. E poi i pagamenti arretrati della pubblica amministrazione, le opere pubbliche da finanziare, le famiglie da sostenere… Se aggiungiamo pure la voce: "togli quelle tasse", la lista si fa fitta fitta.
Questo non vuol dire che queste richieste siano ingiuste, immotivate, assurde. Anzi. Solo che a tale lista si contrappone quella in cui sono elencati i modi per reperire tali risorse: ad oggi assai striminzita. Posti due limiti estremi (da una parte aumentare ancora la già esorbitante pressione fiscale; dall’altra affidarsi a ciò che c’è nel cilindro del mago Silvan), dentro questo spazio il governo per forza di cose dovrà muoversi.
Orbene, già da subito qualcosa si può fare, a costo zero o penalizzando pochi a vantaggio di tutti. A cominciare dall’abolizione di certe imposte o normative che hanno fatto più danni che vantaggi.
La necessaria fretta con cui ha agito, soprattutto all’inizio, il governo Monti, ha prodotto anche alcune storture dannose ma facilmente rimediabili. Con lo scopo di raggranellare subito qualche decina di milioni di euro, si è fortemente penalizzato il settore automobilistico: il taglio dei costi deducibili ha fatto risparmiare qualcosina alle casse dello Stato, ma ha letteralmente messo in ginocchio un comparto già in difficoltà. Le immatricolazioni sono scese a livelli da anni Sessanta, così è calato fortemente il gettito Iva e di tutte le imposte che gravitano (e gravano) sull’auto. Decine di migliaia i posti di lavoro andati in fumo tra concessionarie chiuse, officine e carrozzerie ridimensionate, accessori auto in difficoltà, componentistica in affanno. Abbiamo risparmiato dieci, abbiamo perso diecimila. Va da sé che cambiare sinfonia farà la fortuna di tutti, Stato compreso.
E un altro settore è stato quasi smantellato da un’improvvida tassazione che ha nei fatti raccolto solo un sesto di quanto si proponeva: la nautica. L’idea di tartassare la permanenza nei porti italiani delle barche da una certa dimensione in poi, ha solo fatto la fortuna delle marine francesi, croate, addirittura greche e tunisine. Tornando a canoni di buonsenso, si può forse rianimare la morente cantieristica italiana, e l’indotto.
Prendendo spunto dall’agenda Giavazzi – lo studio fatto dall’omonimo economista per vedere come e dove tagliare la spesa pubblica – si può adottare in un amen il proposito di limare gli incentivi troppo generosamente accordati alle fonti energetiche alternative. Un salasso da diversi miliardi di euro all’anno che tutti noi paghiamo in bolletta ai pochi che ne hanno approfittato. Non si dice di togliere, ma di limare sì. E un’altra cosuccia che, con una legge di poche righe, ridarebbe fiato all’intera società italiana, è la riformulazione della riforma previdenziale Fornero in senso più elastico. Enrico Letta l’ha già preannunciata, speriamo la faccia subito: una norma che permette più flessibilità nell’età pensionabile, in cambio di una penalizzazione del trattamento pensionistico. Andare in pensione prima, percependo meno, non altererebbe i conti previdenziali, risolverebbe il dramma degli esodati, libererebbe posti di lavoro a favore delle giovani generazioni. Quelle che, se non lavorano, non pagano nemmeno i contributi per chi in pensione c’è già. Insomma: da fare, e subito.
Ci sarebbero tante altre cose da realizzare, prima di arrivare alla macelleria sociale dei licenziamenti di massa nella pubblica amministrazione (modello Grecia, insomma). Ci siamo limitati ad alcuni suggerimenti che si possono fare subito e senza grandi costi. La vendita di beni dello Stato abbisogna di tempi lunghi e di favorevoli circostanze di mercato; il recupero dell’evasione fiscale non è pianificabile per decreto; le grandi riforme (a cominciare dalla giustizia civile) necessitano di grandi risposte della politica.
E speriamo che, prima o poi, la stessa politica italiana si rassegni ad introdurre un principio fondamentale per ogni Stato che si rispetti e funzioni bene: la valutazione qualitativa della propria spesa. Che frutti danno gli 800 miliardi di euro che lo Stato spende ogni anno? Solo partendo da questo banale principio di buona economia, lo Stato e il governo che lo guida potranno dare un vero slancio al futuro dell’Italia.