ISLAM IN EUROPA

Un continente in preghiera

Il cardinale Jean-Louis Tauran: “Il dialogo interreligioso deve evitare di essere o diventare un prodotto di consumo a uso interno delle nostre comunità. Il dialogo interreligioso è al servizio della società. Tutti i venerdì, tutti i sabati, tutte le domeniche, milioni e milioni di credenti in Europa si recano nelle moschee, nelle sinagoghe o nelle chiese cristiane, a pregare. E questo rappresenta un patrimonio spirituale straordinario”

Card. Tauran

Anche il dialogo interreligioso deve essere capace di uscire fuori da se stesso, evitare cioè di "diventare un prodotto di consumo a uso interno delle comunità", per essere un dono di convivenza possibile e di pacificazione nelle diverse società europee. "I credenti di tutte le fedi rappresentano uno straordinario patrimonio spirituale di cui l’Europa deve far tesoro". È la proposta del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Anche lui a Londra per partecipare al 3° incontro dei vescovi e delegati delle Conferenze episcopali d’Europa per le relazioni con i musulmani. Una tre giorni di lavoro e scambio di esperienze sul dialogo con l’Islam in Europa.

Nel rapporto dell’Europa con l’Islam, cosa sta emergendo di nuovo?
"Ciò che colpisce in Europa è che l’Islam fa paura. E spesso questa paura è dovuta a una scarsa conoscenza, a una certa ignoranza. D’altra parte non si può negare che alcuni atteggiamenti da parte dei musulmani che non sono dei veri musulmani, facilitano questa interpretazione. Faccio riferimento al terrorismo che è una vera e propria perversione dell’Islam stesso. Ma credo anche che dietro alla paura, ci sia in fondo una mancanza di cultura, per cui si è persa la cognizione di che cosa sia una religione, non si conosce il contenuto della fede dell’altro e spesso non si conosce neanche il contenuto della propria stessa fede. Direi allora che per noi cristiani è importante, per rapportarsi con i musulmani, approfondire la propria fede".

Quali le sfide emergenti?
"A mio avviso ci sono tre sfide: la prima è la sfida dell’identità. Per dialogare bisogna prima cominciare dall’essere sicuri del contenuto della nostra fede. E in questo senso noi cattolici abbiamo avuto la fortuna di aver avuto un Papa come Benedetto XVI che con l’Anno della fede ci ha chiesto di riandare alle radici della nostra fede. C’è poi la sfida dell’alterità, in una società europea particolarmente attraversata dai conflitti. La sfida dell’alterità ci chiede di vedere l’altro e soprattutto chi non ha la mia stessa cultura, la mia stessa lingua, la mia stessa religione, chi vive in un modo diverso dal mio, non necessariamente come un nemico ma come un compagno: nel cammino di fede, siamo tutti pellegrini verso la verità. E, infine, c’è la sfida del pluralismo, che ci chiede di accettare che Dio è all’opera in ciascuno e che il suo operare in ogni uomo, farà intravedere sorprese a noi sconosciute, ma sicuramente meravigliose".

Perché qui a Londra si è scelto di parlare dei giovani?
"Ma perché i giovani sono il futuro. È evidente".

Crede che sia la parte della popolazione meno attrezzata culturalmente per gestire un rapporto con i coetanei musulmani?
"Con loro occorre fare certamente un lavoro di cultura ed evangelizzazione. A partire dalla conoscenza della cultura cristiana. A mio parere, la grande crisi europea di cui si parla così tanto oggi, è soprattutto una crisi di cultura, o meglio, crisi della trasmissione culturale. Per entrare in dialogo occorre prima sapere chi sono e in che cosa credo. Non si può dialogare sulle ambiguità. Nel dialogo interreligioso, poi, è molto importante l’amicizia perché l’altro si senta accolto, ascoltato e compreso. Solo quando si è stabilito questo rapporto di amicizia, posso chiedere all’altro chi è e che cosa crede e, a mia volta, dire al mio interlocutore chi sono e professare la mia fede".

Le Chiese europee e, con loro, movimenti, associazioni, gruppi, hanno messo in atto tante iniziative di dialogo. Ci sono iniziative di dialogo della vita e delle opere. E c’è poi dialogo più teologico. Quale ritiene sia oggi quello più importante?
"Il dialogo della vita. Conoscersi. Perché solo conoscendosi ci si può anche amare. La conoscenza precede l’amore. Spesso si ha paura dei musulmani anche quando non se ne è mai conosciuto uno. C’è quindi un grandissimo lavoro culturale, di avvicinamento e di cammino insieme da fare".

Quale prospettiva vede per il futuro del dialogo in Europa?
"Direi che il dialogo interreligioso deve evitare di essere o diventare un prodotto di consumo a uso interno delle nostre comunità. Il dialogo interreligioso è al servizio della società. Una volta che abbiamo capito e siamo diventati capaci d’identificare ciò che ci separa e ciò che ci unisce tra credenti di diverse religioni, questa scoperta dei nostri valori comuni deve essere messa al servizio della società. Tutti i venerdì, tutti i sabati, tutte le domeniche, milioni e milioni di credenti in Europa si recano nelle moschee, nelle sinagoghe o nelle chiese cristiane, a pregare. E questo rappresenta un patrimonio spirituale straordinario di cui l’Europa ha bisogno e deve fare tesoro. Credo che il dialogo interreligioso debba sensibilizzare le persone sull’importanza di questo grande patrimonio che l’Europa ha".

Quale slancio nuovo darà al dialogo Papa Francesco?
"Quando era arcivescovo di Buenos Aires, aveva inviato un sacerdote a Roma per imparare l’arabo perché voleva un assistente capace di occuparsi del dialogo con l’Islam. Dunque Papa Francesco è molto sensibile al dialogo interreligioso. È un Papa pratico, semplice e molto concreto e che sa andare diritto allo scopo".