LA MOSTRA A ROMA
Inaugurata l’esposizione “21 PER XXI”, nata dalla collaborazione tra il Servizio nazionale per l’edilizia di culto della Cei e il MAXXI Architettura. Monsignor Mariano Crociata ha indicato un duplice impegno:”Da un lato, non prendere le distanze dall’arte contemporanea, non fuggirla né denigrarla, ma sapersi rapportare e lasciarsi interpellare da essa; dall’altro, favorire un più profondo legame dell’arte con la fede”
Una struttura leggera e organica, una costruzione all’insegna della luce, un edificio dalle linee morbide che strizza l’occhio alle curve delle più belle chiese barocche. Sono i tre progetti di nuove chiese, vincitori della sesta edizione del concorso lanciato dalla Cei per promuovere la qualità dell’architettura sacra. Tre edifici che coniugano semplicità, innovazione ed eleganza, pensati per impreziosire e qualificare le periferie urbane nelle quali sorgeranno, rispettivamente a Ferrara, Olbia e Mormanno (Cs). Ad illustrarli il 30 aprile a Roma, nell’Auditorium del MAXXI, i tre progettisti: Benedetta Tagliabue, Francesca Leto e Mario Cucinella, intervenuti all’inaugurazione della mostra "21 PER XXI", nata dalla collaborazione tra il Servizio nazionale per l’edilizia di culto della Cei e il MAXXI Architettura. In rassegna i 21 progetti presentati per il concorso, i plastici dei tre progetti vincitori e le foto di chiese realizzate in seguito ai precedenti concorsi.
Duplice impegno. Un’alleanza tra arte e liturgia che "è non solo possibile, ma davvero vitale", ha osservato monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, secondo il quale l’arte "non è solo un linguaggio; essa conduce in un certo modo il fruitore ad andare oltre il significante", mentre la liturgia "opera nella stessa direzione: crea cioè le condizioni perché, attraverso il rito compiuto in uno spazio non neutro", l’uomo "ritrovi pienamente se stesso nell’incontro con Dio, riconosciuto come origine e senso del suo esistere". Di qui la necessità di un duplice impegno: "da un lato, non prendere le distanze dall’arte contemporanea, non fuggirla né denigrarla, ma sapersi rapportare e lasciarsi interpellare da essa; dall’altro, favorire un più profondo legame dell’arte con la fede, con la simbolicità propria e specifica dell’edificio di culto nella sua totalità, indirizzando la potenza espressiva dell’arte verso il vissuto della liturgia e al suo servizio".
Tra abside e cielo. La parola agli architetti, a partire da Benedetta Tagliabue che ha definito il suo progetto del complesso parrocchiale di san Giacomo apostolo a Ferrara (diocesi di Ferrara – Comacchio), classificato primo per la sezione Italia del nord, "una presenza amichevole e aperta agli abitanti", tesa ad essere "elemento catalizzatore dell’area in cui si inserisce" e "nuovo fulcro capace di creare identità nella comunità locale promuovendo socializzazione, educazione e interazione". Ogni progetto nasce nel rispetto della cultura e della sensibilità locale, ma anche delle caratteristiche idrogeofisiche del territorio che lo ospita, ha spiegato Francesca Leto, progettista della chiesa parrocchiale di sant’Ignazio da Laconi ad Olbia (diocesi di Tempo – Ampurias), vincitrice per il centro. Il suo obiettivo "creare un punto di riferimento in un’area che dal punto di vista urbanistico sembra essere stata governata dal caso". Una chiesa con "il compito di orientare", provocare "stupore e mostrare l’eccedenza di un luogo sacro", ha proseguito l’architetto, che dopo avere conseguito la licenza in teologia liturgico-pastorale sta svolgendo il dottorato. "Tutto è bianco. A definire l’abside un grande taglio luminoso, quasi a permettere al cielo di entrare nell’edificio e all’abside di raggiungerlo".
Acciaio e luce. Al "tutto bianco" ha pensato anche Mario Cucinella, primo classificato (sezione sud) per il progetto di chiesa parrocchiale di santa Maria Goretti a Mormanno (diocesi di Cassano allo Jonio). "In quel contesto particolare, la cosa che mi ha colpito di più era creare, nel caos delle forme, un oggetto bianco, pulito. Ho sempre amato l’architettura barocca, lo spazio sofferto di chiese romane come san Carlino al Corso". Di qui la scelta di "una chiesa a pianta centrale, sul modello del doppio guscio delle chiese ravennati, disegnata ispirandomi alle curve di alcune delle più belle chiese barocche romane". Importante realizzare "un luogo di qualità, piccolo ma con elementi di pregio", in cui centrale è il tema della luce. La copertura? "Non un tetto, ma un velo in tessuto brillante di acciaio costituito da una sequenza di ‘fogli’ che si avvolgono l’uno sull’altro". E poi il "valore sociale" del coinvolgimento di imprese e artigiani locali. "Tre progetti di qualità", ha concluso monsignor Giuseppe Russo, responsabile del Servizio nazionale Cei e curatore della mostra, auspicando una "nuova alleanza" e una "consapevolezza di ruolo" da parte di committenti, liturgisti, progettisti e artisti.
a cura di Giovanna Pasqualin Traversa