PUBBLICITÀ BORDER LINE
Originalità, unicità: sono le parole che hanno fatto del profumo Chanel N°5 il più ammirato, ambito e venduto al mondo. Coco Chanel lo lancia nel 1921, dopo lunghe ricerche ("vorrei un profumo all’altezza dei miei vestiti") e dopo aver incaricato Ernest Beaux, che, in cerca d’ispirazione, parte per il Circolo polare artico, dove trova la sua "musa nell’aria inebriante dei laghi sotto il sole di mezzanotte". Per ripetere "l’irripetibile fragranza", Beaux utilizzerà 80 essenze, fra cui gelsomini, rose di maggio, vetiver di Haiti, ylang-ylang, legno di sandalo, fiori di arancio…
Una volta realizzato, il N°5 diventa il profumo delle "prime volte": la prima volta di un numero per identificare un prodotto per signore (Coco scelse il quinto campione presentato da Beaux); di un flacone dalle linee minimaliste che dal 1959 sarà esposto al Moma di New York e a cui Andy Warhol consacrerà speciali serigrafie; di campagne pubblicitarie dagli Usa al Giappone; di prima essenza femminile pubblicizzata al Superbowl; di volti noti del cinema e della moda prestati a fargli da traino (Catherine Deneuve, Carole Bouquet, fino al primo uomo, Brad Pitt)…
È dunque lecito domandarsi cos’abbia spinto la casa Chanel a riproporre il prodotto – che ancora oggi è in cima alle classifiche di vendita del settore, e dunque non sembra necessitare di ulteriore reclame – con una campagna su scala mondiale, mediante stampa, tv e web, utilizzando il viso, le immagini, persino le parole, con tanto di sonoro, di Marilyn. La Monroe, uno dei simboli artistici del ventesimo secolo, nel 1952, e poi varie altre volte davanti alle telecamere, confessò infatti di andare a letto con addosso "solo qualche goccia di Chanel N°5". Tutto bene, se Marilyn, dopo una vita piena, sempre "in prima pagina", tante volte sfortunata, non avesse posto fine ai suoi giorni (salvo nuove scoperte) suicidandosi a soli 36 anni, nel 1962, con un’overdose di barbiturici. Una morte disgraziata, in solitudine, di una donna – prima che una star – fragile, sfruttata quanto bramata.
Cosa c’è dunque di originale, di unico, nello sfruttare ancora una volta il suo volto, la sua voce, per arricchire le casse aziendali? Perché non rispettare, almeno post mortem, chi in vita era già stata segnata da abbandono e mortificazioni prima e durante l’ascesa nell’olimpo di Hollywood? Non è una questione di facili pietismi, di scrupoli bacchettoni o di prediche moralistiche: si tratta di avanzare un dubbio sul fatto che tutto, ma proprio tutto, possa avere un valore commerciale. La pubblicità ci ha abituato a tutto, puntando, di volta in volta, su nudo, violenza, attimi rubati alla vita privata, facce ignare di bimbi e di suore, parole e gesti travisati, immagini choc. Perché ora far soldi alle spalle di un defunto? Brutta domanda? Politicamente scorretta? Un po’ ci avete costretti…